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Giovanni Canale detto Artusi
Meritevole di essere dissepolto dall’oblio é il valente architetto, scultore, incisore, fonditore e inventore d’istrumenti musicali Giovanni Canale, soprannominato Artusi, detto il Pescina, del quale si ha appena qualche monca notizia. Egli nacque nella città di Pescina, in provincia di Aquila degli Abruzzi, verso l’anno 1610, ed in patria apprese le prime notizie della grammatica, dell’umanità, delle lingue italiana e latina, del computo, della musica e del disegno. Appena uscito dalla puerizia si reco in Roma e colh, con la protezione di Pietro Mazzarini e di donna Ortenzia Bufalini genitori del grande diplomatico pescinese cardinale Giulio Raimondo Mazzarini e coll’appoggio della nobile famiglia Bufalini, frequento le scuole dei più celebri artisti e con fervente amore di studioso si dedicà interamente alle belle arti ed alla meccanica applicata. 
 
Dotato di un ingegno potente, pronto e vivace, e di una volontà ferrea ed avida di apprendere, alla scuola del celebre architetto, pittore e scultore Gian Lorenzo Bernini, che era allora fiorente in Roma, fece in brevissimo tempo tanti progressi che si acquistò l’affermazione e la stima del maestro e dei condiscepoli che già lo chiamavano maestro Giovanni da Pescina. Per costante tradizione pescinese si ritiene che Giovanni era della famiglia Canale di Pescina; che prese in moglie la ventiseienne Caterina verso il 1639: che con essa procreo tre fïgli: Pescina dal 16A1 al 1648; Francescantonio nato il 17 dicembre 16A1; Maria Costanza nata il 18 giugno 16A3; ed Antonio nato il 14 gennaio 16A8; e che la moglie Caterina mori in età di 70 anni a Pescina il 7 dicembre 1683, come risulta anche dai registri parrocchiali di questa città. Dagli scrittori sincroni e del secolo posteriore, che ne fanno qualche menzione, é chiamato comunemente Giovanni Artusi, il Pescina; e, se non si sa con certezza il motivo perchè gli fu dato questo soprannome, da una costante tradizione conservatasi a Pescina, e da qualche episodio leggendario occorsogli durante la sua vita, se ne può bene intuire la ragione e l’origine. 
 
Il suo maestro cavalier Bernini, fra i tanti celebri lavori di scultura fatti in Ronu, plasmò per incarico ricevutone la statua di Carlo II, Re d’Inghilterra dal 1660 al 1685; e a condurla a Londra ebbe l’incarico dal maestro un discepolo di sua fiducia. Ivi giunto il giovane fu accolto con molti onori e grandi feste, per la fama del grande maestro che si riverberava sull’artista scelto per la presentazione e per la consegna della statua. Il re, nell’ammirare la bellissima statua, ne rimase tanto contento che si trasse dal dito un prezioso anello con grosso brillante del valore di seimila scudi (circa 31,000), dicendo al giovane consegnandoglielo: ”Ornatene quella mano che fa cosi belli lavori”. L’inviato, prima di ripartire, ebbe anche la soddisfazione di visitare i più pregevoli monumenti della città e dei dintorni accompagnato dai potenti della plutocrazia, dai magnati dell’aristocrazia e dai nobili del pensiero.
 
Tornato questi a Roma e dato conto dell’espletato incarico al cavalier Bernini, gli consegnò il prezioso dono del re in presenza della numerosa scolaresca, e narro con animo contento le feste cordiali e liete fattegli e l’impressione gradita che aveva ricevuto nel visitare i belli monumenti londinesi. Giovanni da Pescina entusiasmato dal racconto di quelle accoglienze ed invaso dalla febbre artistica epidemica del quel secolo, di produrre il colossale con l’arte e di superare gli artisti del cinquecento (superba, orgogliosa pretenzione di superare l’insuperabile!), cominciò, appoggiato alla sua vasta erudizione artistica, a concepire progetti architettonici di edifici da costruirsi nella bionda Albione, di forme ardite da giungere a toccare la stella fissa Artuffo della costellazione del Leone e del gruppo di Boote; e si proponeva di illustrare Con l’arte il ciclo brettone e ridare la vita imperitura, colla fusione in bronzo, al leggendario Arturo dalla spada fatata, re dei Britanni; alla consorte del re Ginevra, l’amazzone invitta, la invulnerabile maga coll’alato cavallo incantato; ed ai dodici valorosissimi cavalieri della famosa Tavola Rotonda. 
 
Un’altra leggendaria tradizione pescinese afferma che l’artista maestro Giovanni da Pescina fu l’incaricato del Bernini a consegnare la statua in Londra al re Carlo II. Ed ahi! fallacia dei rosei, vani pensieri umani! Poteva supporre mai Giovanni che un esecrato autocrate, tanto da lui idolatrato, doveva col fuoco togliergli la vita bruciandogli orrendamente le mani! Pei surriferiti episodi cominciò Giovanni ad essere soprannominato Artusi dagli allegri compagni, e cosi fu poi cognominato per tutta la vita. Allorchè il Bernini ebbe l’incarico di erigere nella basilica vaticana il gran padiglione marmoreo, sostenuto da quattro colonne a spirale, che copre la Confessione di S. Pietro, e di lavorare e fondere in bronzo gli artistici intagli della Cattedra di S. Pietro, il cavalier Bernini, il grande titano dell’arte del XVII secolo, volle per compagno il suo discepolo Giovanni Artusi e lo volle socio nella costruzione dell’artistico colonnato di Piazza S. Pietro e di alcune altre opere artistiche da lui colà costruite. 
 
Dai registri parrocchiali di Pescina, risulta che Giovanni Canale mori il 21 febbraio 1676. E’ certo nella tradizione popolare che il Canale dimorò a Pescina dal 1640 al 1648. E siccome in quel periodo di tempo ferveva in modo straordinario fra tutti i cittadini di Pescina l’energica decisione entusiastica di abbellire gli edifici sacri della città; al genio potente ed alla valentia architettonica artistica ed estetica dell’illustre compaesano Giovanni fu affidato l’innalzamento della facciata e l’abbellimento interno e la decorazione della chiesa di S. Francesco. E vi lavorarono non solo molto operai manuali, artigiani, meccanici ed artisti di Pescina e dei luoghi circonvicini, ma benanche moltissimi altri venuti dal nostro Abruzzo, dalle limitrofe regioni e dalla provincia romana. In questa facciata il Canale lasciò alla sua città nativa una superba opera architettonica, grandiosa per lo sfarzo e per lo slancio, ed ardita e bizzarra per l’intemperanza delle novità barocche della scuola berninesca romana. 
 
Nella sopraelevazione di questa facciata fu adibita la pietra concia dei distrutti monumenti della città Marsia: con un insulto alla bella, elegante, scultoria arte trecentesca e con atto vandalico, criminoso, aggravante, da non perdonarsi al collegio dei deputati per l’esecuzione dell’opera ed agli artisti che ne operarono la distruzione delittuosa, fu svelto dal prospetto il prezioso rosone a ruot » che ne completava l’abbellimento, e vi fu sostituita più in alto una finestra rettangolare; Ia facciata fu slanciata verso il cielo, e vi furono sovrapposti un ricco coronamento ed una cimasa grandio si, che rivelano l’arditezza del genio architettonico inesauribile del Canale. Questa facciata é la più bella opera architettonica di stile barocco, che esiste in Pescina; e se questo monumento, perchè opera di un potente ingegno, merita ammirazione, per la sua smoderata intemperanza, che ha molto dell’ammanierato, perde assai di pregio e di bellezza.
 
Nella lunetta sopra al portale esiste ancora il pregevole affresco, importante per fattura e conservazione, che rappresenta la Madonna di Costantinopoli col bambino. Alcuni lo attribuiscono a Saturnino Gatta di San Vetturino, pittore aquilano del XV secolo; ma perchè le immagini della Madonna con le invocazioni di Costantinopoli e di Vienna cominciarono a dipingersi nel XVI secolo, ho fondata ragione di ritenere che questo affresco, forse rifatto sopra l’antico che era deperito, sia dei pennello del valente pittore della seconda metà del XVII secolo maestro Antonio Cesi di Antrndoco, che per vario tempo dimorò a Pescina, ed ove mori, nell’età di 45 anni, il 17 ottobre 1684. 
Nell’interno della chiesa, che é ad una navata, l’architettura é sobria e maestosa; a tutto sesto sono nella parte superiore i quattro archi che sorreggono la cupola: ma nel rimanente, specialmente negli altari, lo stile é ammanierato, e vi é profusa la molteplicità della decorazione dei santi e degli angeli in istucco a medio ed alto rilievo. 
 
Sono importanti in questa chiesa due tele ad olio, che io ritengo opera del sullodato pittore Antonio Cesi: quella dell’Annunziata, nella quale é ammirabile la maestà dell’Eterno Padre colla fluente bianca barba, che benedice dal cielo, e l’altra dell’Incontro di S. Francesco d’Assisi con S. Domenico di Gusman, che ha nell’alto la Madonna attorniata da uno stuolo di angeli e che si compiace dell’incontro dei due santi. Ai lati di questo altare sono belle le statue ad alto rilievo di S.Apollonia e di S. Caterina da Siena. La pur bella statua in legno di S. Antonio da Padova é anche di un buon artista de XVIII secolo; ed ai lati dell’altare di questo santo sono anche belle le statue ad alto rilievo di S. Lucia e di Sant’Agata. 
 
Dopo tali lavori la chiesa fu intitolata a Sant’Antonio da Padova, che fu scelto a comprotettore della città. Merita in questa chiesa di essere ammirata anche la tela dell’altare della Concezione, dipinta dal pittore di Pescina Raffaele Speranza, oriundo sulmonese. Fu fortuna che il tremendo terremoto del 13 gennaio 1915 risparmiò dalla completa rovina questa bellissima chiesa, distruggendone soltanto coi tetti le volte arcuate e la parte superiore della cupola! Nel prospetto di questa chiesa é lodevolissima l’idea dell’architetto che, sebbene secentista, ha voluto con vero gusto e sapore artistico rispettare l’integrità della parte inferiore dell’antica facciata con l’importante portale; ma nella parte superiore risalta spiccatamente impressa l’impronta e la forma slanciata, ardita e bizzarra dello stile ammanierato del XVII secolo che con suono onomatopeico chiamasi barocco ed alla ricocò. Il genio potente del Canale volle accoppiare in questa facciata l’armonia dell’arte trecentesca con la forma grandiosa dello stile seicentesco. Senza scusarlo del giammai imperdonabile crimine artistico della distruzione del bellissimo rosone a ruota, se pur la colpa fu sua, può artisticamente affermarsi che questa facciata, fra le meglio riuscite di questo tipo caratteristico, invece di classifïcarsi fra le opere della decadenza dell’arte, deve annoverarsi fra quelle di un ultimo ardito colossale tentativo dell’ascensione dell’arte stessa, armonicamente concepito dalla mente eletta del Canale, assor-ta tutta ad applicare alla facciata la concezione sua originale e fantastica del meraviglioso e del grandioso.
 
Dai registri parrocchiali di Pescina risulta soltanto la troppo concisa e nuda notizia che Giovanni Canale mori il 21 febbraio 1676. Di questo valente architetto ed artista fanno appena menzione, per quanto é a mia conoscenza, i seguenti scrittori. Fr. Titi (Descrizione.... in Roma, pag.l5 e 201), Bindi (Artisti abruzzesi, 1883, p. 42), Bertolotti (Artisti bolognesi in Roma, p. 196), ed il Giornale d’erudizione artistica (IV, p. 193, 2S7, 329, 353), dicono che Artusi Giovanni, detto il Pescina, gitt(’) nel 16~8 due candelieri di bronzo per la Cappella Papale di S. Maria del Popolo; che dal 1663 al 1667 lavoro pel Pupa Alessandro VII, sul modello dei Bernini, alla Cattedra di S. Pietro: e fuse il grande altare di bronzo, su disegno di Pietro da Cortona, per la chiesa di S. Luca in Roma. Fabio Gori, nella Nuova Guida storica artistica.... da Roma.... al lago Fucino (Roma, Tipografia delle Belle Arti, 1864, pag. 110), dice: ”Giovanni Artusi di Pescina fu un eccellente ”intagliatore di omati in metallo, avendo coadiuvato il Bernini ”nel superbo lavoro della cattedra metallica di San Pietro in ”Roma”. Teodoro Bonanni (Le antiche industrie della provincia di Aquila, 1888, p. 218) appena accenna che: ”Giovanni Artusi”di Pescina fu valente incisore in legno.” 
 
Federico Terra Abrami (Sopra il difetto, l’importante e la necessità di una storia dei Marsi. Aquila, 1876, p. 56) scrive: ”Giovanni Artusio di Pescina lavorà ”col Bernini gli artistici intagli della cattedra di S. Pietro. 
Nel volume della Roma antica e moderna, stampato a Roma nel 1796, a pag. 18, non solo si fa menzione del genio potente di questo grande artista Giovanni di Pescina e della sua cultura inventiva, ma benanche si narra la sua fine infelice. In Roma, ove visse quasi tutta la sua vita, Giovanni aveva costruito un cembalo a suono di campanelli, cosi bene disposti ed armonicamente accordati, che dava vibrazioni sonore, svariate, dolcissime, esilaranti, incantevoli, con melodie ed armonie meravigliose. Nel libro succitato si prosegue a narrare che venuto in quel tempo a Roma il re d’Inghilterra, ebbe notizia di quel cembalo singolare e delle meraviglie di quei suoni, e volle comprarlo ad ogni costo: e tanto fece che l’ottenne quasi con violenza, anzi, con tutti i mezzi di cui disponeva, si adopero presso il valente artista, e con generose, lusinghiere promesse e coll’offerta di fargli eseguire importanti lavori nel suo regno con laute e munifiche ricompense, che lo indusse ad andare in Inghilterra. 
 
Ivi giunto Giovanni, volle il re sapere da lui se avesse l’abilità di lavorare un altro cembalo simile al primo: e Giovanni gli rispose che ne avrebbe costruito un altro assai migliore. Allora il re, montato in collera, sia perchè coll’aver comprato il primo cembalo si credeva di possedere l’ insuperabile, più recente, più bella e più peregrina invenzione armonica che si era in quei tempi creata, e sia perchè il cembalo assai migliore progettato da Giovanni avrebbe subito offuscato la novità meravigliosa del primo in suo possesso in linea secondaria; con atto capriccioso e prepotente ordinò ad uno sgherro che in sua presenza gli avesse lardato le mani. 
 
Con lo sfregio cosi iniquo, inumano, barbaro del despota tiranno subì Giovanni Artusi, il Pescina, in terra straniera, una lenta, crudele, atroce morte, con una violenta, orrenda sevizie in quelle mani che tante volte avevano divinamente plasmato coll’arte le ammirabili opere ideate o dai sovrumani ingegni del suo secolo o dalla sua mente creatrice. Ecco la ricompensa che spesso ricevono i grandi ed illustri uomini dai tiranni, siano essi autocrati, od oligarchi, o democratici! ; tutte bestie feroci in forma d’uomo! infami, scellerati, esecrati mostri! obbrobrio del mondo! vituperio delle genti! 
 
Articolo tratto dal periodico "Radar Abruzzo"
 
 
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