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Paolo Marso
Testi del prof. Vittoriano Eposito  maggiori info autore
Paolo Marso nacque a Pescina (1) nel 1440 da una famiglia molto numerosa, che certo non godeva di condizioni agiate (2). Ancora ragazzo si trasferì a Carsoli, alle dipendenze di una « montana domus, generosa propago », da individuare forse nel casato di Virgilio Orsini, che a Carsoli appunto aveva un piccolo feudo. Con la morte del patrizio romano (1457), Paolo ne perse la protezione e il poderetto avuto in dono, sicché fu costretto a lasciare Carsoli e recarsi a Roma, la meta sospirata dei giovani di talento, dove poté procurarsi una formazione culturale eccellente sotto il riguardo umanistico, anche perché ebbe a disposizione delle biblioteche ben fornite (3). 
 
Per un lustro o poco più, presto servizio presso la Curia Vaticana, nel collegio degli abbreviatori pontifici: fu un impiego, a dir suo, duro e non redditizio, svolto in condizioni di schiavitù (4). In questo primo soggiorno romano egli conobbe senza dubbio Pomponio Leto, Antonio Volsco e altri umanisti, con i quali collaborò alla costituzione della famosa Accademia. Probabilmente nel 1463 lasciò Roma e si recò a Perugia, dove fu ben accolto da Mons. Giovambattista Savelli, protonotario apostolico e poi governatore della città dal 1466 al 1468 (5). Li scrisse un poemetto in esametri dal titolo: « De aureis Augustae Perusiae saeculis, per divum Paulum Secundum restitutis libri tres » (6), corredato di una dedica in distici allo stesso papa Paolo II, al quale il poeta attribuisce i meriti della prosperità che attraversa Perugia.
 
Nell’Università perugina egli ebbe ad insegnare Grammatica, Lingua greca e Poesia (7), nella stessa cattedra che fu del Varano, del Cantalicio, del Volsco e del Verulano. Ai primi del ’68, forse caduto in disgrazia del vescovo a causa d’una sua relazione amorosa da cui aveva ottenuto un figlio illegittimo, o piuttosto per qualcuno di quegli scherzi così gravi e frequenti negli ambienti universitari di quel tempo (ma, ahimé, anche del nostro!), Paolo dovette lasciare Perugia e passò a Venezia, dove fu senz’altro felice di ritrovare Pomponio Leto (8) e, più ancora, di godere della protezione di Bernardo Bembo, esperto diplomatico di quella repubblica, munifico mecenate, oratore facondo, padre del Cardinale e poeta petrarchista Pietro Bembo. A Venezia, con l’aiuto del Bembo e del Leto, aprì uno Studio letterario che divenne ben presto assai fiorente. 
 
Tra la fine del ’67, e il principio del 68, progettò di recarsi in oriente con l’amico e maestro Pomponio e, nell’imminenza del viaggio, scrisse in distici elegiaci una « Epistola ad amicos omnes Perusiam Augustam incolentes », per salutare gli amici e i protettori lasciati a Perugia. Ma il viaggio per il momento non fu compiuto, non solo perché Pomponio nel febbraio o marzo dello stesso anno fu arrestato per ordine di Paolo II e condotto a Roma sotto l’accusa di complicità in una presunta congiura politica ordita dai membri dell’Accademia romana, ma anche perché il Bembo lo volle con sé, unitamente al poeta satirico Antonio Vinciguerra, in una ambasceria nel regno di Castiglia, la quale duro sei mesi (circa metà agosto 1468 – 24 febbraio 1469). Il nostro poeta ci ha lasciato un documento di notevole importanza su questa sua avventura in terra spagnola: una raccolta di 21 poesie in metro elegiaco, intitolata « Bembice » dal nome del suo protettore. 
 
Tornato a Venezia, ebbe subito l’occasione di partirsene nuovamente al seguito di un altro suo mecenate, Nicolò Canal, senatore e ambasciatore della Serenissima, eletto da poco comandante della flotta veneziana in Oriente con il compito preciso di intraprendere una guerra risolutiva contro i Turchi. La spedizione ebbe degli episodi gloriosi, in un primo momento, che il Marso rievoca in una epistola poetica rivolta « ad Joannem Canalem Nicolai Doctoris filium », ma si concluse tristemente con la strage di Negroponte, oggetto di un bel poemetto del Nostro, che s’intitola appunto: « De crudeli Europontinae Urbis excidio – Sacrosanctae religionis Christianae lamentatio ».
Rientrati a Venezia, il Canal fu relegato a vita a Porto Gruaro come responsabile della disfatta subita da parte dei Turchi, e Paolo Marso dovette trovarsi un altro protettore, che fu Marco Cornaro, uomo assai ricco e liberale, senatore della Repubblica (9). Durante questo nuovo soggiorno véneziano il Nostro conobbe E. Barbaro, F. Nursi, G. Bologni e altri umanisti più o meno ragguardevoli. 
 
Non sappiamo se componesse poesie e se continuasse gli studi ovidiani, iniziati a Roma e condotti un po’ saltuariamente. Intanto, salito sul soglio pontificio Sisto IV (agosto 1471), l’umanesimo comincio a rifiorire lentamente. Forse attratto dalla liberalità del nuovo papa, ai primi del 1473 Paolo Marso decideva di tornare in Roma, per riprendere « ea studia quae tam longo tempore intermiserat » (10) ; poté, cosi, dedicarsi con più serenità al suo commento ai « Fasti » di Ovidio, che aveva avviato già prima del ’63. Il lavoro, portato a termine nel ’74, fu corredato di un’ampia lettera dedicatoria al Cornaro, a ricordo della sua amicizia e protezione, e nel ’79 vi fu aggiunta una « Ratio astrologiae », una sorta di introduzione al mondo astronomico dell’opera ovidiana. Dopo il ’79, il Marso dovette dedicarsi al commento della « Pharsalia » e della « Rethorica ad Erennium », di cui fa cenno nella stessa lettera di dedica al Cornaro, senza trascurare l’attività poetica: collaborà, infatti, col Platina in una raccolta di versi scritti per esaltare il poema « De fastis Christianae religionis » del sodale Lodovico Lazzarelli, e con altri poeti del sodalizio pomponiano nella compilazione di un’antologia, andata poi perduta, in onore di un adolescente senese spentosi all’età di 16 anni (11). In questo periodo Paolo Marso dovette occupare un posto di grande rilievo nella ricostituita Accademia romana. 
 
Per l’esattezza bisogna dire che, riconosciuta questa ufficialmente dal papa come « Religiosa litteraria sodalitas Viminalis et universa Accademia latina » e addirittura consacrata a S. Vittore e S. Fortunato, Paolo Marso ne fu nominato censore con lo stesso Pomponio Leto e con Publio Astreo. Circondato da tanta stima, fu chiamato anche alla cattedra di Retorica nella « Sapienza » e nel primo anno d’insegnamento (1480-81) tenne un corso sui « Carmina » di Orazio e sui « Tristia » di Ovidio, nel secondo (1481-82) un corso sui « Fasti », « magna cura ac vigilantia audi Torumque fiorentia >> (12) . In tale occasione preparò la relazione definitiva del suo commento ai “Fasti”, la stessa che poco dopo fece pubblicare a Giorgio Cornaro, figlio del suo ex protettore. 
 
Nell’estate dell’82 andò a Venezia appunto per seguire da vicino la stampa del suo lavoro; e sembra che, durante il viaggio, giunto a Firenze, volesse far visita al Magnifico e al Poliziano, ma « gli furono chiuse le porte della città in faccia, perché proveniente da Roma, dove correva voce che ci fosse la moria » (13). Mentre era in attesa che riaprissero le porte, scrisse una epistola poetica al Poliziano « ipsa manu praecipiti et calamo volanti », affinché intercedesse per il suo ingresso in città (14). Si ignora se il permesso fosse poi dato.
 
Ripreso il viaggio, giunse a Venezia quando la stampa della sua opera era già a buon punto; ma vi si trattenne poco, poiché alla data della pubblicazione (24 dic. 1482) egli era tornato già a Roma. Qui sembra che venisse a trovarsi ben presto in una situazione economica assai disagiata, se è vero che è di questo periodo la sua lunga epistola intitolata « Divo Sixto pontifici maximo Paulus Marsus, servulorum minimus, cum humili commendatione foelicitatem », intesa ad ottenere un qualche soccorso. Ma ormai poche altre vicende di un qualche rilievo lo attendevano: la riconferma nella cattedra di Retorica alla « Sapienza », una nuova edizione del commento ai « Fasti » (Milano, giugno 1483) e la preparazione di un’altra edizione a Venezia (agosto 1485), che egli non potè vedere perché nel corso dell’anno 1484, forse verso la fine di febbraio, lo colse la morte, all’età di soli 44 anni circa.
 

NOTE

 
1) La fonte principale di questi cenni bio-bibliografici è la vecchia ed unica monografia che si conosca intorno al nostro poeta umanista, pubblicata da Arnaldo Della Torre (« Paolo Marsi da Pescina – Contributo alla storia dell’Accademia Pomponiana », Rocca S. Casciano, Cappelli Editore, 1903). Dobbiamo aggiungere, tuttavia, che talvolta ce ne siamo allontanati, o dando in forma dubitativa quel che li si dà per certo e certo non è, oppure rettificando secondo il nostro modesto giudizio. A proposito del nome, ad esempio, noi crediamo che la forma esatta sia Paolo Marso e non Marsi, anche se, stando alle prove che adduce il Della Torre, può concedersi che Marso sia un vero e proprio cognome di Paolo, a differenza di altri illustri conterranei che usarono « Marso » come soprannome in quanto originari della Marsica (è il caso di Pietro Marso, Antonio Marso e di altri). Per quanto riguarda, poi, il paese natio del Nostro, è ovvio che sono in errore il Toppi, il Febonio e il Corsignani a dirlo di Cese, quando un suo amico intimo, il Sabellico, parlando di lui, cosi si esprime: « Paulus Piscinensis cognomento Marsus » (cfr. « Opera M. Antonii Sabellici », p. 114, Venezia, 1502) distinguendolo nettamente da « Petrus Marsus Cesensis », e quando molti altri documenti recano solo e sempre il nome di Pescina. Per le stesse ragioni è da respingere anche la tesi recentissima di Vinicio D’Alessandro, che vuole Paolo Marso nativo di Collarmele (cfr. « Regione Abruzzese », n. agosto 1966). 
2) Cfr. « Praefatio in quartum librum Fastorum cum deploratione orbitatis morte fratrum Paulus Marsus Piscinas poeta clarissimo Georgio Cornelio Marci Cornelii Equitis filio Salutem ». 
3) Cfr. Lettera dedicatoria a Giorgio Cornaro premessa al suo Commento ai « Fasti » ovidiani. 
4) Cfr. « Bembice », XII. 
5) Cfr. « Bembice », I. 
6) Pubblicato da G. Battista Vermiglioli in « Memorie di Jacopo Antiquario », Perugia 1813, pp. 344-372. 
7) Cfr. Vincenzo Balzano, « Legisti e artisti abruzzesi lettori nelle celebri Università d’Italia », Roma, 1964. 
8) Pomponio Leto era passato a Venezia già dall’estate del ’67, per sfuggire alla polizia pontificia che ricercava gli Accademici accusati di congiura contro il papa (è la tesi dell’Uzielli e del Carini) oppure, come sembra più vero, – dato che l’arresto degli Accademici avvenne più tardi, nel febbraio del ’68 – per imbarcarsi di li verso l’Oriente, allo scopo di apprendere il greco e l’arabo e arricchire così la propria cultura.
9) E’ da notare che B. Bembo nel luglio del ’71 si recò come ambasciatore nella Borgogna, dove rimase fino all’estate del ‘74
10) Cfr. Dedica a G. Cornaro, cit. 
11) Cfr. A. Della Torre, op. cit., pp. 230-31; Federico Patetta, « Di una raccolta di componimenti e di una Medaglia in memoria di Alessandro Cinuzzi Senese, paggio del conte Girolamo Riario » (in « Bullettino senese di storia patria », a. VI, 1899, pp. 153, 170, 175).
12) Cfr, Dedica al Corsaro, cit.
13) Cfr. A. Della Torre.
14) E’ da ricordare che Isidoro Del Lungo attribuì questa epistola a Pietro Marso, Senza però addurre ragioni di sorta.
 
 
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