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Don Nazzareno
Testi del Prof Nando Amiconi
Strade bianche polverose, piene di buche e sassi, attraverso la piana del Fucino, in bicicletta ci voleva circa un'ora. Ma di li a qualche settimana quel viaggio sarebbe stato impossibile, fanghiglia e pantani avrebbero sommerso tutto ... la « manutenzione » dei fossi, canali e tutto il resto, a carico dell'Amministrazione Torlonia, era rimasta sempre un pio desiderio, figuriamoci poi in tempo di guerra!
 
Da Avezzano ero partito alle prime luci dell'alba. A Pescina dovevo starci presto, c'era tanto da fare, incontri e colloqui che mi avrebbero preso tutta la giornata; i compagni avevano insistito ch'io tornassi per cercare di risolvere il problema delle alleanze (c'era stato l'« 8 settembre »), non si era ancora riusciti a metter su un decente C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale); « marciano solo alcuni compagni socialisti, ma c'è poco entusiasmo in loro, dicono che siamo quattro gatti, isolati, in una parola contiamo poco ».
In fondo però era vero. Nel Comitato ci sarebbe voluta una qualche « presenza » autorevole, che desse fiducia ad altri gruppetti antifascisti, di partiti non era il caso di parlare. E dire che Pescina era uno dei paesi fucensi più ricco di tradizioni democratiche, antifasciste e di lotta contro quel tipo di fascismo che era il dominio, vecchio e nuovo, dei Torlonia ...
 
Erano giovani ardimentosi, ma ancora inesperti e poco conosciuti, in seria difficoltà, quindi, davanti a un compito delicato quale era quello di intessere accordi ed alleanze su una larga piattaforma, quale esigeva la politica di « unità nazionale ». Avevano tentato subito con Giambattista Barbati, ma c'erano rimasti proprio male quando dovettero constatare che con lui oramai non c'era più nulla da fare.
 
Era un compagno tanto bravo, quanto ostico per il suo settarismo; bravo per il suo comportamento fermo davanti alle continue minacce dei fascisti, lui che era stato già « epurato », all'indomani della marcia su Roma, per aver partecipato, allora era capostazione a Trieste, allo sciopero generale dell'agosto 1922; bravo per la sua dirittura morale e per il prestigio che ne derivava al suo partito, era comunista fin dal congresso di Livorno; bravo per la vita onesta e dignitosa che conduceva, quasi in esilio nel suo piccolo podere dove si era dato all'allevamento delle api, in ciò aiutato dall'impareggiabíle amico Floríndi ... ma ostico, anche, per il fatto di essere rimasto ai tempi di Bordiga, ai tempi della linea dura, intransigente, senza compromessi, un comunista di stampo antico, quindi, che vedeva davanti a sé solo la dittatura del proletariato, la terza internazionale, più, naturalmente, la rivoluzione mondiale ... 
 
Poi c'erano stati i processi di Mosca, il patto « scellerato » Molotov Ribbentrop, l'alleanza con Hitler, la spartizione della Polonia e tutto il resto. Su questi punti era semplicemente intrattabile. Adesso, in particolare, ce l'aveva con la « linea » del partito: la politica di unità nazionale. Non si dava pace.
Avevo tentato anch'io, l'ultima volta ai primi di ottobre; ma era proprio irremovibile, del resto lo conoscevo bene, fin dagli anni della mia fanciullezza, passati a Pescina. Era un buon amico di mio padre che lo stimava moltissimo: di tanto in tanto, specie negli anni prima del mio arresto, avevo tentato di convincerlo almeno su qualche punto, che la linea del partito era « giusta », non poteva che essere « giusta », così, per definizione, ed io che mi ci arrovellavo, e non capivo la sua ostinazione, ma se è così chiaro? gli dicevo. E lui, duro, a volte quasi sprezzante, ma buono come il pane, generoso, sempre cordiale con me come del resto con i giovani compagni che, in fondo, lo veneravano, e tutto questo, ancor più, mi faceva venire una rabbia del diavolo!
 
« Facciamo l'ultimo tentativo, proviamo » e così andammo da lui. Lo trovammo nel suo podere, era fuori paese, un luogo ideale per un simile incontro. Ci ricevé con il sorriso sulle labbra, era contento di rivedermi, mi disse, aveva finito di sistemare l'alveare, cui dedicava cure infinite e minuziose, poteva ora riposarsi e fare quattro chiacchiere con noi « poi rimanete a pranzo con me », un vero fratello. Declinammo però l'invito, perché c'era qualcun altro, subito dopo, che ci aspettava ...
 
Entrammo subito nel vivo del discorso che ci eravamo proposti di fare: « Scusa se insistiamo, ma abbiamo proprio bisogno di te per la costituzione del C.L.N.; il tuo nome, la tua figura gli daranno subito lustro e autorevolezza, vedrai, tutto poi sarà facile. verranno anche i liberali, che qui contano non poco, verrà, ne siamo sicuri, anche don Nazareno ... ». Non ci fece proseguire. Già all'accenno fatto circa i liberali si era imbruttito; sentimmo una specie di mugolio di disapprovazione; quando però facemmo il nome di don Nazareno, ecco, diventò una bestia: « Anche i preti, adesso, volete metterci anche i preti, gli alleati di Mussolini, i protettori del fascismo, ma non vi vergognate ... Già questa politica, come la chiamate voi, di unità nazionale, una unità che comprende anche il re e Badoglio, è un errore, un altro pasticcio dei vostri Ercoli: figurarsi, i liberali, i monarchici ... ma i preti, i preti, dove volete arrivare? così ingannate il popolo, il proletariato che vuol combattere i tedeschi, questo è più che giusto, ma senza alleati falsi e bugiardi ... i preti, i preti ... », non faceva che ripetere. Fare una proposta del genere a lui, anticlericale per radicata convinzione, era il colmo, una specie di offesa personale.
 
Adesso con lui non ci si poteva parlare più, era su tutte le furie; meglio non insistere, e gustare invece il buon miele che ci aveva versato in alcune scodelle (accanto c'erano anche delle robuste fette di pane bianco) e che noi nella foga della discussione avevamo dimenticato. « Se avete bisogno di qualcosa, soldi e roba da mangiare per i prigionieri, non mi tiro indietro, sono qui a disposízione; se qualcuno ha bisogno di nascondersi, di trovare un rifugio, mandatelo a me, ci penso io »; ma questo lo sapevamo già, la sua generosità era infinita; « per il resto niente da fare, non ci pensate nemmeno ». Si vedeva che era rammaricato, disse infatti queste ultime parole con un certo sforzo: ma lui era fatto così, tutto d'un pezzo, lo conoscevamo bene.
Adesso puntavamo tutte le nostre carte su don Nazareno. 
 
Qualche speranza c'era; da tempo i compagni gli stavano facendo la corte, così, alla lontana: qualche accenno, timide proposte: « Don Nazaré, adesso c'è la guerra con i tedeschi, dobbiamo essere tutti concordi per non farci mettere il piede sul collo, più e peggio dei fascisti, non è forse così? Dobbiamo esser uniti, ognuno deve fare la sua parte ... ; una vostra parola, un vostro gesto, sapete quanto direbbero ... ; noi sappíamo che siete un buon patriota, e poi siete stato sempre dalla parte degli sfruttati e degli oppressi ... Su, coraggio, don Nazaré ». Ma lui non diceva né sì né no; sorrideva a quei ragazzi che aveva visto crescere, le sue pecorelle che adesso si rivelavano così aggressive; ammiccava con quegli occhietti furbi: « Debbo vedere, aspettate un po', debbo chiedere, domandare ... »; e intanto il tempo passava. 
 
Poi c'era stata la chiamata dei compagni: « Vedi tu se puoi convincere quei due »; loro si rendevano conto che era come mettere insieme il diavolo e l'acqua santa, ma confidavano immensamente su qualche mio potere taumaturgico: « Se non ci riesci tu che li conosci così bene, figuriamoci che possiamo fare noi; ci abbiamo provato più volte con Barbati e abbiamo
fatto cilecca; stiamo provando ancora con don Nazareno, ma quello è come una sfinge, dice e non dice . .. . ». Ora, anch'io avevo fatto cilecca con Barbati; rimaneva don Nazareno; ce la dovevo mettere tutta per riuscirvi, ecco, è proprio il caso di dire, « con l'aiuto di Dio », altrimenti, a parte tutto, che figura ci facevo con i miei giovani compagni? Don Nazareno Barone, parroco di Pescína, era un caro amico di famiglia, con mio padre si conoscevano da tempo immemorabile, con me era stato sempre cordiale e affettuoso. Una vecchia amicizia, la nostra, nonostante che........ « Ma tu sei sempre miscredente? », erano le prime parole che mi rivolgeva ogni qualvolta ci rivedevamo; « ma quand'è che potrò per confessarti? Ma tu il timor di Dio non lo senti? ».
 
Il suo tono era bonario, « benedetto figliolo », a questo punto lo gratificavo di un bel sorriso, poi scherzosamente: « Ma perché dovrei averlo, se mi sento un buon cristiano: volete proprio sapere, don Nazarè, un cristiano più cristiano di voi ... ». Scrollava la testa, divertito: « Ah, madonna santa che debbo sentire ... ». Durante le puntate, infatti, che di tanto in tanto facevo a Pescina, una visitina glie l'andavo a fare; ricordo che finivamo sempre con il parlare di politica: discorsi antifascisti, naturalmente (con me non aveva nessuna remora), punteggiati spesso da critiche aspre a Torlonia, amico di Mussolini così come era nemico e sfruttatore dei suoi « cafoni » ... Al tempo del mio arresto aveva scritto a mio padre una bella lettera, in cui le parole sincere di conforto si confondevano con quelle, altrettanto sincere, di non velata approvazione del mio operato (aveva citato anche alcuni versi di Dante: « Libertà va cercando ch'è sì cara ... »).
 
Ecco, mi dicevo, questo è il momento buono per mettere a frutto tutti questi bei sentimenti, questi cari ricordi; non potrà dirmi di no ... L'appuntamento era alle undici alla canonica di don Nazareno (altro luogo ideale per incontri del genere); andai solo: la presenza dei compagni poteva metterlo in imbarazzo, tante erano le cose che dovevamo dirci, antiche e recenti, a parte quelle più strettamente « politiche » dell'oggi. Fu una buona idea; potemmo così fare una vera e propria rimpatriata. Ancora svelto e pieno di salute, nonostante gli anni, andava e veniva per la stanza a prendere un ricordino una vecchia lettera, un libro; in mezzo ci fu la cerimonia, sì, si trattava proprio di un rito, del bicchierino di ratafia (Liquore a modesto contenuto alcoolico, ottenuto per distillazione delle marasche o, anche, con il succo di ciliege selvatich), di quello buono, fatto in casa, introvabile all'epoca, che si offriva solo alle persone illustri o molto care, non lo bevevo da anni, ne ero golosissimo; quante volte - ricordavo - ne avevo preso un goccio, ma solo un goccio, perché altrimenti a casa se ne accorgevano, dalla dispensa della cucina ... Poi ogni tanto spariva, qualcuno lo voleva in sacrestia.
 
E intanto parlavamo di tante cose, antiche e via via più recenti ... ; poi la guerra, i tedeschi, la Chiesa che già dava segni evidenti di volersi interessare della sorte di tanti sbandati, di tanti scampati ai rastrellamenti tedeschi, aiutandoli, soccorrendoli in ogni modo, dando sempre più spesso prova di amare veramente il prossimo, con il dare rifugio, anche nello stesso Vaticano, a quanti cercavano di salvarsi dai tedeschi, uomini politici già esiliati o incarcerati dal fascismo o semplici cittadini combattenti per la libertà ...
Dico la verità, mi fu facile a questo punto convincerlo di stare con noi, di essere parte attiva del Comitato, di essere di costante aiuto ai nostri ragazzi, alle squadre armate già pronte a cimentarsi con mezzi inadeguati nelle campagne di Pescina e di Gioia dei Marsi (oh, i vecchi moschetti mod. 91 della grande guerra e, ancora più antichi, i vetusti schioppi arrugginiti, racimolati qua e là nelle case fra trofei di caccia e cimeli garibaldini e ripuliti, riaggiustati con estrema cura, in attesa di armi migliori, pur che sparassero qualche colpo!), di diventare anche lui un simbolo della resistenza ...
 
Erano passate più di due ore; i compagni vennero a cercarmi, erano preoccupati e incuriositi insieme: come mai tutto quel tempo? Don Nazareno li fece entrare nella canonica, notò sul loro volto qualcosa: « Ma che avevate paura che me lo mangiassi? », e giù una gran risata; si vedeva che era proprio soddisfatto del nostro incontro e della sua conclusione, tanto da versar loro un po' del suo prezioso liquorino: « E adesso beviamo alla salute e all'avvenire della nostra amata patria ... Il Signore sia lodato ». Poi, rivolto ai compagni: « State tranquilli, faremo un Comitato coi fiocchi e tante altre belle cose ».
Alla fine ci fu un abbraccio generale.
 
Tratto dal libro "Questa Marsica"
 
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