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Malvino Malvezzi
Testi di Don Luigi Tarola
Il Palazzo Malvino Malvezi a PescinaLa tragica fine (10 febbraio 1799) di Gianfrancesco (GiovanniFrancesco) Malvini Malvezzi. La sorte del ”Palazzone”. Ai piedi del Museo del Cardinale Giulio Raimondo Mazzarino c’é il ”Palazzone”, cosi volgarmente denominato, con un imponente portale. Di esso restano le grandi mura perimetrali e qualche stanza, al lato Nord-Est, malandata. A destra c’é la scritta di via Malvini Malvezzi. Il ”Palazzone” fu ingrandito dal duca Giulio Malvini Malvezzi. Era l’epoca dei Giacobini, sorti in Francia nel 1789-1794 e divulgati in Italia successivamente. 
 
Essi furono denominaiti così, durante la rivoluzione francese, perché tenevano le riunioni nel convento di S. Giacomo, Clus des lacobins, via Saint-Fionore, di proprietà dei frati domenicani. ”Giacobino” era sinonimo di incredulo. Detto Club fu sciolto in Francia nel 1799. Era la prima domenica di quaresima, il 10 febbraio 1799 ore 23,30. La plebaglia, aizzata e capeggiata da un certo Mascioli, su mandato di una rivale e potente famiglia di Pescina (.....), nemica dei Malvezzi, assali ed incendio il ”Palazzone”, asportando mobili e denari. In quello stesso giorno, 10 febbraio 1799, fu ucciso Gianfrancesco Malvini Malvezzi, Duca di S. Candida e Barone di Pietranico, domiciliato a Pescina, ma nato a Matera. Era figlio di Giulio Malvini Malvezzi e della fu Teresa figlia del fu Camillo Tomassetti. Il duca Gianfrancesco Malvini Malvezzi aveva più di 36 anni. La plebaglia assali la famiglia Malvini Malvezzi al grido di:” Viva la Santa Fede”. 
 
Il palazzo Malvino Malvezi prima del terremoto del 1915
  
Il Portone principale del palazzo Malvino
 
Particolare del portone del Palazzo Malvino Malvezi
Quel grido era rivolto principalmente contro le idee giacobine, ritenute repubblicane e fanatiche, di cui il Malvezzi era un esponente e presunto tale. Tuttavia non erano estranei i bassi motivi, mascherati da zelo ed affetto nei riguardi del regno di Napoli e del re, per poter compiere rapine e furti. Il corpo di Gianfrancesco Malvini Malvezzi fu barbaramente seviziato; il palazzo fu saccheggiato, furono rubati viveri e mobili, oltre al den’uo. Il danno ammonto a circa 10.000 ducati dell’epoca. Nel regno di Napoli il ducato valeva L. 4,2, 
prima della seconda guerra mondiale; oggi 10.000 ducati equivalgono ad oltre diversi miliardi. Con l’incendio del ”Palazzone” e la tragica morte di Ciianfrancesco Malvini Malvezzi aveva inizio il declino, a Pescina, del potere feudale nel senso stretto della parola. Solo l’anno dopo, il 14 febbraio 1800, a Pescina città fedelissima, sede ed unica capitale dei Marsi, furono celebrati, con solennità, i funerali del re Duca (o Duchino) Gianfrancesco Malvini Malvezzi, a spese della famiglia del medesimo, dal Vescovo Mons. Giuieppe Bolognese, assistito dal Capitolo della Cattedrale S. Maria delle Grazie. Furono celebrate, in ogni giorno del triduo, diverse messe lette.
 
La messa solenne invece, cantata in musica, venne celebrata nella cappella della SS.ma Concezione, di padronato del re famiglia Malvezzi. Tutto riuscì nel migliore dei modi, come attestarono, il 14 febbraio 1800, Giovanni Sanbenedetto ”capo Sindaco” e Giuseppe Morgani ”secondo Sindaco”, assistiti dal ”cancelliere” Berardo di Giandomenico Biondi. Doveva passare un secolo e più perché Pescina scoprisse la propria anima giacobina in fermenti che segnarono un progressivo e rapido ritmo per le lotte sociali.
 
Furono i minatori apuani, provenienti dal Nord della Toscana, in occasione del completamento dell’acquedotto (1907), a cantare per primi, l’inno dei lavoratori sulle strade e le piazze della cittadina. Ai primi del ’900 i contadini si associarono e fondarono a Pescina la ”Lega” dei contadini per contrastare lo strapotere del Principe Torlonia, che, prosciugando il lago di Fucino, aveva calpestato i diritti dei Comuni ripuari. La ”Lega” ebbe, la sua prima sede nel ”Palazzone” dei Malvini Malvezzi e il suo giornale, a doppia facciata, di colore rosso, con il titolo: ”La Vanga”. 
 
Silone ereditò il travaglio del popolo di Pescina e di quello della Marsica e ne dette la soluzione nel suo primo romanzo: ”Fontamara”. Il terremoto de113 gennaio 191S segnò la definitiva sorte negativa del ”Palazzone” . Una ingenua leggenda popolare, guardando lo stemma gentilizio del maestoso portale, unico resto di rilievo, pensa che ivi siano nascosti i ”marenghi”. La tragica fine di Gianfrancesco Malvini Malvezzi segnò l’estinzione del casato
 
Tratto dal giornale "La valle del Giovenco"

 
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