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Statuti del XIV° secolo
Di seguito saranno riportati alcune parti di statuti riguardanti Pescina nel XIV° secolo.Va però detto che questi fondamentali e utilissimi elementi, sono ancora insufficienti a ricostruire l'intero Statuto municipale della Università di Pescina nel XIV secolo, ed è da augurarsi che dagli archivi pubblici e privati di Roma e di Napoli specialmente, possa venire alla luce qualche altro importante documento,, non essendo da sperarsi che possano rinvenirsi documenti nella nostra regione dopo il catastrofico terremoto del 13 gennaio 1915 che distrusse moltissimi paesi della Marsica, travolse tra le macerie gli archivi e le biblioteche e seppellì 27.000 abitanti.

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[...] Dopo la distruzione dell'antichissima Rocca Vecchia (l'Arx), il castello di Pescina era divenuto il più ben munito e fortificato castello della Marsica orientale. Nella pentagona torre principale, merlata, forte per natura. e per arte,stava verso l'anno 1300 il maniero, l'abitazione del Signore, del feudatario, dell'habitator. che anche da lungi incuteva timore ai nemici3 mentre, sicuro della sua posizione, dominava tutta la regione adiacente e proteggeva da qualunque improvviso assalto la città capitale Marsia. Si accedeva al fortilizio per mezzo di una strada rotabile che dalla ubertosa pianura di Marsia, lasciando a sinistra le acque del fiume Giovenco (9), attraversava la contrada Castelrotto e saliva con giri tortuosi all'altipiano della Luce; e transitando sotto le mura pelasgiche fra gli abituri delle Grotti (Le rutt'), entrava nel fortilizio. Questa rocca inespugnabile era la sentinella vigile di difesa della città Marsia, come antemurale contro qualunque invasione nemica che potesse irrompere contro di essa, sia dalla parte del Peligni, venendo pel varco di Forca Caruso, sia dalla parte dei Sanniti Caraceni., scendendo dai monti boscosi di Barrea (Vallis Regia), di Opi, di Pescasseroli e di Bisegna.
 
Risulta, dai documenti, che i castelli medioevali nel loro nascere ebbero una storia lodevole, umanitaria, di protezione, di difesa, di rifugio della plebe, che vi trovava asilo di sicurezza; ma. in prosieguo, per la prepotenza dei feudatari tutto si mutò; ed i castelli ebbero una dolorosa amara storia di odi, di vendette, di arbitrii, di tracotanze, di infamie e di atroci delitti rimasti in gran parte sepolti nel segreto. E muti testimoni di crudeltà ne furono anche in Pescina (10) le orribili carceri, profonde e tetre caverne sotterranee, munite di trabocchetti e di altri infami generi di tirannia e di barbarie. Di qualche castello si conosce appena, in minima parte, la storia; degli altri, niente.
 
I castellani avevano abbellita, la loro abitazione nella rocca di Pescina con tutte le comodità e l'avevano arredata con lusso, e fra essi si distinse specialmente la famiglia del Balzo. Questa, venuta nel 1266 dalla Provenza con Carlo d'Angiò in Italia, dopo la disfatta di Corradino, ebbe la contea di Avellino con ricchissimi doni, con alte onorificenze e con la ricompensa di pingui benefici feudali, di castelli e di cospicui latifondi; e si accrebbero le sue ricchezze, allorché Ugone del Balzo, nel 1301 sposò Cecilia, figlia di Ermengario di Sobriano provenzale, che gli portò in dote mille once d'oro (L.59.370).
Ugone, divenuto anche barone di Pescina, seguitò ad abbellire il maniero di questa rocca e lo ridusse a dimora deliziosa e sontuosa. In esso la lussureggiante castellana abitava quale principessa e regina fra i gaudi della vitas e amava andare a diporto sia sugli erbosi monti circostanti, sia sulla ferace, ubertosa pianura di Marsia e sia con agile battello sulle limpide cristalline acque del lago Fucino. 
 
E nello splendido maniero il feudatario faceva feste, tripudi e sontuosi banchetti, allietati dai motti e dai lazzi del buffoni e dal soave sono del liuto degli ambulanti menestrelli accompagnanti il dolce canto d'amore dall'estro ispirato del sopravvenuto errante trovatore.
Andavano i trovieri di corte in corte, e con soavità di ritmo e con elevati slanci lirici cantavano le eroiche gesta del gentili cavalieri, antenati del feudatario, prodi paladini, che in numerosi tornamenti e in pericolose avventure avevano operato imprese di portento che li avevano fatti proclamare il terrore degli eroi; e ne ricordavano e il giorno in cui ebbero l'ambito onore di ricevere la spada di cavaliere e in cui furono cinti della ciarpa dalla donna del loro pensieri e il giorno che le diedero l'addio nel partire crocesegnati per la spedizione di Terrasanta e il giorno che giolivi e trionfanti tornarono con i trofei gloriosi della donna adorata, che ne aveva ingentilito gli animi e li aveva fatti coraggiosi e cortesi, rendendoli eroici pionieri, arditi araldi e difensori dei deboli e degli oppressi contro i prepotenti.[...]

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[...] Il casale e la massa di Prezuolo, la cui contrada anche ora ne ritiene il nome. era situato in una ridente, deliziosa collina boscosa, circondato di rigogliosi vigneti, avente al di sotto la vasta, fertile, ubertosa pianura irrigata dalle acque fecondatrici del fiume Giovenco per mezzo di canali, attraversata dalla consolare Via Valeria ed aveva un panorama splendido, allietato dalla vista delle vitree acque del lago Fucino. Questa incantevole posizione era preferita dai doviziosi antichi romani per villeggiatura al pari delle ville di Vite Ilio in San Pelino e di Paterno nel villaggio omonimo. Poco distante verso il sud aveva Prezuolo i ruderi del celebre Monastero di Apinianici, famoso e per la rinomanza che ebbe nel medioevo dalle potenti e battagliere badesse che lo governarono e per le sue lagrimevoli disavventure ed ivi vicino aveva il casale di Villa d'oro (11); e al di là, circa due chilometri distante, aveva l'altro delizioso casale di Luna, al di sotto di Collarmele (12).
 
Gran padrone di Prezuolo fu alla fine del XVII ed ai principi del decimo ottavo secolo, il nobile gentiluomo Giovanni Antonio Simboli di Pescina, capitano delle grascie degli Abruzzi; e perché amava molto quella incantevole, ridente, aprica collina, fu appellato il capitano di Prezuolo. Simboli rinnovò con sontuosità il grandioso `palazzo, i cui avanzi anche ora dal popolo chiamansi palazzone; vi costruì a contatto molte abitazioni, ne abbellì,i dintorni con boschetti di quercia, con vigneti ripieni di alberi fruttiferi e con grandi delizie e vi spese danaro a profusione. Ivi radunò molte famiglie di artigiani, che fece venire non solo dagli Abruzzi, ma benanche dalle altre regioni d'Italia e vi fondò una fiorente e prospera scuola di arti e mestieri; ed ivi teneva per le sue squadre armate la scuola d'armi, di scherma e di cavallerizza, e per gli artigiani più giovani, proclivi al canto e al suono, la scuola di musica. Vi costruì la chiesa e vi stabilì la grande fiera di S.Anna ai 26 di luglio.
 
Il cavaliere (miles) Giovannuzio, di cui parla l'istrumento in esame, che nel 1303 abitava la villa di Prezuolo, aveva prestato il servizio militare ai re di Napoli Carlo I e Carlo Il d'Angiò e al provenzale Ugone del Balzo (di Bauco o di Baucio), ricchissimo conte di Avellino e barone di Pescina; ed in ricompensa aveva ricevuto in premio molti beni feudali in Pescina e nei dintorni5 e teneva in feudo Prezuolo, Apinianici, Villa d'oro e il casale appellato poscia di Luna. Come feudatario, secondo le 'gadarfrede o leggi longobarde, aveva il mundio ossia la tutela della moglie Petruzia e perciò dicevasi mundwald, minualdo o tutore della moglie. Giovannuzio, col consiglio, coll'influenza e colle relazioni estese e potenti che aveva coi governanti, e colle armi, aveva difesa l'Università di Pescina, e la sua nobile e ricca moglie Petruzia l'aveva soccorsa generosamente con profuse offerte e ricchi donativi. [...]
 
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[...] Istrumento del 24 agosto 1303 fu fatto sommariamente, all'aperto, avanti la chiesa di San Gregorio del casale di Malliano, in pubblica adunanza, dal giudice del castello di Pescina e dal notaio pubblico di Aielli, chiamato dal sindaco di Pescina a redigerlo in forma legale, alla presenza di molti testimoni scelti fra, i più distinti personaggi del castello e dei casali di Pescina. Confrontato l'istrumento cogli Statuti municipali medioevali rimastici di Teramo, di Aquila, di Sulmona, di Atri, di Rocca di Corno e di qualche altro comune dell'Abruzzo, e specialmente con lo Statuto di Avezzano del secolo XIV (Brogi, Framm. Stat.ant.di Avezzano. Roma Battisti 1894) e con gli Statuti di Orsogna, anche del XIV secolo rinvenuti nella biblioteca. del senato italiano nel
1917 dal prof. B.Costantini e dal medesimo illustrati, si può stabilire con certezza che ai principi del secolo XIV, all'Università di Pescina venivano garantite le libertà, le franchigie, le immunità e i diritti del popolo vivente a libero regime municipale, sempre però sotto le leggi feudali.
 
Al cadere dell'impero romano in occidente ogni comune d'Italia serbò appena una larva delle antiche costituzioni italiche, delle leggi delle dodici tavole e del diritto romano. Dopo l'invasione del barbari,, che avevano devastato e distrutto ogni cosa in Italia, agli antichi municipi, alle curie, ai ducumviri ed ai quatrumviri subentrò l'autorità di tutto il popolo, che rivendicò la propria libertà ed anche l'Università di Pescina nel secolo XIII si governava a libero reggimento per l'amministrazione municipale, e pel resto viveva a regime feudale sotto le consuetudini longobarde e le leggi franche.
 
L'università degli uomini del castello Pescina e dei casali adiacenti, in pubblico generale parlamento in alcuni dati tempi dell'anno, si adunava e deliberava sugli affari più importanti riguardanti la comunità; faceva gli statuti organici municipali e alla occorrenza li modificava e nominava il sindaco ed il giudice annuale.
 
Per trattare gli affari più importanti che l'università potesse avere coi comuni limitrofi, coi baroni, coi conti, col governo centrale di Napoli, colle repubbliche e coi principi d'Italia e coi governi esteri, il generale parlamento, riunito in seduta plenaria, nominava uno o più ambasciatori, o i messi speciali (nuncii speciales) . Il sindaco era di diritto ambasciatore nato dell'università; e tanto gli ambasciatori che i messi speciali portavan seco le lettere credenziali, autenticate col suggello pubblico, nelle quali erano specificati i nomi e i cognomi degli inviati, l'oggetto dell'ambasceria, se il mandato era ampio e generale, o limitato, e le condizioni sulle cui basi dovevano trattare.
Il sindaco era il supremo magistrato amministrativo dell'università, incaricato di far mettere in esecuzione tutto ciò che veniva stabilito nei deliberati delle adunanze generali di tutto il popolo e nelle risoluzioni del consiglio decurionale.
Il sindaco ed il giudice, magistrati e ufficiali pubblici, venivano nominati in pubblico universale parlamento dagli uomini dell'università convocati in adunanza generale al suono della campana principale della città e colla chiamata del banditori pubblici che, dando fiato al corno, invitavano il popolo alla plenaria riunione.
 
Nel generale parlamento veniva nominato un consiglio degli uomini più probi, più anziani, capi di famiglia, buoni amministratori del propri beni, appellati consiglieri municipali; e perché ordinariamente ne venivano nominati dieci, furono chiamati decurioni. Il consiglio municipale, il decurionato, stabiliva le leggi e i regolamenti per la retta amministrazione dell'università, ed il sindaco ne curava l'esecuzione. Il decuriona.to nominava benanche due coadiutori al sindaco chiamati eletti, che lo aiutavano col consiglio e con l'opera. attiva ed energica nell 'amministrazione dell'azienda pubblica. Il sindaco, chiamato in qualche epoca anche massaro, doveva amministrare da buon padre di famiglia il patrimonio comunale, ed era riverito tanto che aveva i titoli di nobile e magnifico, che riteneva per tutta la vita anche dopo cessato di essere sindaco. 
 
Delle rendite, un terzo si erogava per le spese ordinarie indispensabili al regolare andamento dell'azienda municipale, e per lo stipendio del medici, dei maestri di scuola, dei baioli, dei giurati (messi comunali esecutori delle ordinanze municipali), del banditori pubblici e delle guardie armate; un terzo si spendeva per la manutenzione delle opere pubbliche, ed il rimanente, detrattone un fondo di riserva stabilito per le spese straordinarie impreviste, si esitava per le altre opere facoltative più utili pel pubblico.
 
La tassa che anticamente si pagava era il vectigale, ossia la decima parte dei prodotti del suolo; al tempo dei Longobardi si doveva dare a questi anche un terzo dei prodotti campestri e se si faceva la convenzione di darlo in denaro, questo terzo si chiamava stipendio. Nel medioevo molti erano i balzelli, i gravami, le tasse, le collette, i dazi, le taglie, le angarie che si pagavano dai possidenti di terreni e di bestiame; i non abbienti, i proletari, come gli artigiani, gli artefici, gli artisti, i coloni e i servi pagavano il testatico (capitatio); ne erano eccettuati però i pittori.[...]
 
[...] Le guardie urbane armate avevano l'obbligo di fare per turno la vigilanza notturna alle mura ed alle porte della città. Erano in uso in Pescina varie consuetudini speciali, di cui si è perduta la traccia; e qui mi piace riportarne una originale e quasi bizzarra. Il mio padre Giuseppe Colantoni, fu Angelo, uomo stimato e perito nella giurisprudenza amministrativa, mi narrava sovente la seguente consuetudine conservata e trasmessa per tradizione orale costantemente dai padri ai figli, che fu in vigore in Pescina fino al principio del secolo XIX, attestatami anche dagli altri probi e fededegni pescinesi nati verso la fine del XVIII secolo, signori nobile Francesco Simboli, avvocato Giovanni Sabatini, Daniele Sambenedetto, caffettiere Pierleone Cordischi, caffettiere Salvatore Selocchi e la guardia campestre Antonio Desimone. Essi mi accertavano che era stata, in vigore in Pescina l'antica consuetudine che, al proprietario di un fondo che transiva in esso un maiale a danneggiare o le viti o le biade, dava. il diritto di uccidere il maiale  di pretendere dal padrone del maiale stesso, in pena della mancata custodia, non solo la metà dell'animale ucciso, ma benanche il sale sufficiente per salarlo, onde conservare le carni e renderle immuni dalla. putredine. [...]
 
Tratto dal libro "Pescina nella storia e nella leggenda"
Studio bibliografico Adelmo Polla
 
 
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