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Il tempio del Dio Fucino
Nel tenimento di Pescina a circa trecento metri di distanza dai distrutti tuguri della contrada Casella andando verso Pígnanaci, sotto il formale per l'irrigazione del campi e sotto la stradella. parallela al formale che va a ricongiungersi alla strada di Pignanaci, esiste ancora, in parte ricoverto dai rovi, un masso quadrato, uscente dai cespugli fuori terra due metri e più per ogni lato fortemente cementato a malta e breccia, denudato da molto tempo delle pietre scalpellate che lo rivestivano, come chiaramente appare da qualche traccia che vi rimane. Al di sopra vi è un incavo di circa trenta centimetri di profondità (è l'ara delle libazioni), 
 
circondato all'intorno da un rialzo dello stesso cemento. Era l'ara sacra (come dalla seguente iscrizione che vi è apposta) dedicata al Dio Fucino, al quale Gavio, Veredo e Mesalla supplichevolì e contenti sciolsero un voto di ringraziamento (V.S.L.M. Vatum Solvunt Lubens Merito), perché il lago Fucino, nelle frequenti escrescenze delle sue acque, che alle volte minacciose e terrorizzanti, come avvenne nell'anno 138 av.G.C., giunsero perfino in quella contrada, aveva risparmiato i loro fondi, le loro sostanze dalle inondazioni.
La religione antica italica e marsa era un rozzo e grossolano feticismo: la deificazione in sostanza della natura e del suoi elementi tendeva ad indicare lo spirituale e l'universale delle cose e ad adorare come di non solo i benefattori dell'umanità ma benanche gli animali utili e nocivi, e gli esseri insensati. 
 
I Marsi,terrorizzati dalle vaste escrescenze e dalle impetuose inondazioni delle acque del lago che spesso arrecavano immensi danni agli uomini, agli animali ed alle campagne, adorarono come divinità il lago stesso, gli eressero are o templi sui luoghi minacciati dal furore delle sue acque; e su quelle are facevano col vino e col latte libazioni propiziatorie allo sdegnato dio Fucino per placarlo e renderlo benevolo.
Ecco l'iscrizione votiva incisa nella lapide che vi era apposta:
 

G. GAVIVS. H.
F. C. VEREDUS
G. F. MESALLA
FVCINO. V. S.
L. M.
La vide alla Casella (in casula rustica in loco dicto Cascella) Teodoro Mommsen e la pubblicò col n.5481. Ne'parla il Romanelli (Topogr.Napol.7,3, pag.19,5) e la riporta Fabio Gori nella Guida Storica, artistica ... da Roma ... al Fucino (Roma, Tip. delle belle arti, 1864, pag.110). 
 

Dopo il1840 la lapide scomparve dalla Casella. In questa contrada Casella, anticamente denominata Apamea, fino a pochi anni fa esisteva un residuo di pochi tuguri, ed in uno di essi, si vedeva ancora una porzione di altare con un affresco di Maria Vergine, e nel pianterreno si osservava qualche vasca ed un pressoio di-pietra calcarea del volume di un metro cubo con un anello di ferro nel mezzo, per alzarlo, abbassarlo e farlo scendere sopra le uve da pigiarsi e per rialzarlo. Nelle bolle di- Pasquale II del 25 febb. 1114 e di Clemente III del 31 maggio 1188 non viene nominata la chiesa di Santa Maria di Apamea, perché allora non stava sotto la giurisdizione del vescovo dei Marsi, ma apparteneva al monastero di Apinianaci. 
 
Nelle citate bolle però si fa menzione della chiesa di San Valentino: "Sancti Valentini in Apinanis", la quale chiesa poi appartenne alla chiesa di Santa Maria in Apa mea; ma nell'elenco citato (censuale o polittico)si legge: l'Ecclesia Sancti Valentini de Apamea est demanium ecclesiae"; ed anche l'ab hominibus Apameae" etc. Il celebre poeta estemporaneo ed oratore umanista Paolo dei Marsi di Pescina, nei commenti al libro VI dei Fasti di Ovidio, dice: l'Apamia vicus nunc est, olim oppidum, mille passibus distans ab eodem municipio, idest a nostra patria Piscina". E' certo che colà vi fu il convento di Santa Maria, di Apamea (17), che nel XIV secolo fu un piccolo convento dipendente dal monastero di Apinianaci, e se ne f a menzione in due bolle pontificie del XIII secolo.
 
Con bolla del 9 luglio 1255 Alessandro IV diede incarico a frate Enrico guardiano del convento di Morrea di esaminare l'elezione dell'abbadessa di Apamea, di confermarla, se regolare, o procedere ad altra elezione,se irregolare. Ed il papa Nicolò IV con bolla del 13 settembre 1290 mandò maestro Giovanni canonico di S. Teodoro di Trevi a raccogliere i censi dovuti alla chiesa romana da varie chiese del regno di Napoli,e nella lista si legge: "Nel vescovato marsicano la chiesa di Santa Maria in Apamea pel censo di tre soldi proveniensi e di una libbra di cera". (17)
 
I casali di Leone e di Apamea da tempo antichissimo avevano avuto il diritto, per l'irrigazione del loro terreni, di poter derivare le acque del fiume Giovenco per mezzo di speciali acquedotti. Nella città Marsia, avanti la porta. della chiesa cattedrale di Santa Sabina, il giorno 16 giugno del 1290, il vescovo ed i canonici della cattedrale dei Marsi comprarono, pel prezzo di sedici once d'oro (L.949,92) dal nobile uomo Giovanni Riccardo signore e cavaliere (miles) del castello di Venere e della città Marsia il diritto dell'acqua che scende da Pescina al lago Fucino per qualunque via e per l'acquedotto della città Marsia.
L'atto pubblico fu fatto dal notar Matteo Zampei di Avezzano; essendo però morto lo Zampei senza che avesse redatto l'istrumento in forma legale, a cura del vescovo e dei canonici l'istrumento regolare di compra fu redatto in Cese il dì 12 maggio 1299 dal notar Andrea Ioannone di Avezzano.
 
Insorgevano intanto spesso delle questioni tra il vescovo ed i canonici da una parte,e dall'altra Ugone del Balzo barone del castello di Pescina di Venere e della città Marsia. Il vescovo ed i canonici, per evitare le molestie del prepotente barone, fecero con lui una bonaria composizione e vennero ad un accordo definitivo. Con istrumento del 10 maggio 1315 del notar Filippo Mastro Andrea della città Marsia, il vescovo ed i canonici sborsarono al barone venti once d'oro (L.1187,40), ed Ugone del Balzo confermò ad essi il diritto sull'acqua e sopra lo scerto (sertum: riparo fatto con travi nel punto ove dal fiume si deviavano le acque); e da parte del barone si aggiunse la riserva di due diritti. Il primo fu che non potessero tenere più di uno scerto, e l'altro che rimaneva esente dal contratto il diritto di mandare liberamente le acque ai casali di Leone e di Apamea per mezzo degli antichi acquedotti.
 
Limitrofo al casale di Apamea, alla sinistra del fiume Giovenco, esisteva il casale di Paziano o Leone, ora distrutto, nella contrada che si appella Vicenna di San Pietro, perché vi era la chiesa di San Pietro. Nelle bolle pontificie di Pasquale II del 25 febbraio 1114 e di Clemente III del 31 maggio 1188 la chiesa viene appellata "Ecelesia Sancti Petri in Apinianicis" e nell'elenco, Censuale o Polittico, è segnata: Il ab ecclesìa. Sancti Petri de Pactiano par spatularum unum, modìum ordei unum". Questa chiesa dipese prima dal monastero di Apinianaci e poi passò alla dipendenza del monastero di San Pietro in Ferentillo. Sulla giurisdizione della chiesa vi furono liti tra il vescovo dei Marsi e l'abate di Ferentillo; e due bolle pontificie decisero la questione a favore del vescovo. La prima bolla è del papa Alessandro III dell'anno 1174 e la seconda è d'Innocenzo III papa in data del 14 maggio 1209. Questa seconda bolla riporta per intero quella di Alessandro III.
 
Questo documento, che esiste nell'archivio vescovile dei Marsi, ha molto valore in diritto canonico, ed è di grande importanza, perché f inora la bolla di Alessandro III del 1174 non si è rinvenuta nell'archivio vaticano, nè in altri archivi. Tornata al vescovo dei Marsi nel 1209,la chiesa di San Pietro in Paziano fu riattata, e nel 1230 fu adorna di un magnifico altare luccicante di scelti marmi, di oro e di opere musive; e sull'architrave della porta fu incisa in tre righi la seguente iscrizione:
 

Anni milleni duo centum iam bene pleni mundo bis quini currebant ordim trini
"Pontificum princeps coelorum claviger alme hoc a Johanne novum suscipe Simon opus
"Est quod in altaris rutilanti tegmine factum ac tibi Petre simul clerus et ipse ferunt".
 

Questa iscrizione fu pubblicata dal chiaro critico francese Bertaux (L'art dans l'Italie meridionale, Paris, Albert Fontemoing, 1904), il quale, invece dell'anno 1230, cita erroneamente l'anno 1213. Gli storici marsi affermano concordemente che il Giovanni dell'iscrizìone fosse il vescovo che consacrò la chiesa; l'iscrizione però non parla di consacrazione, ma attesta che nella chiesa,nel 1230, da un Giovanni (e non dice se fosse stato befattore o un marmoraio) fu costruito un  ben sontuoso altare risplendente di marmi, di mosaici e di oro, e che dal clero e da Giovanni fu donato a San Pietro.
 
Le terre di pertinenza di questa chiesa passarono nel secolo XIV al barone di Pescina, e poscia dalla duchessa di Amalfi,' contessa di Celano e baronessa di Pescina, furono donate in premio a Fabio Comizio di lei erario (tesoriere); e il Comizio ai 16 dicembre 1558 le vendé a Girolamo de Nigris di Gagliano Aterno coll'obbligo di corrispondere i censi alle chiese di San Pietro, San Marco e San Marcello. Il priore del brefotrofio di San Nicola Ferrato di Pescina, dipendente dall'arciospedale di Santo Spirito in Sassia di Roma, verso la fine del XVI secolo le comprò per ducati 1330 (L.5652,50), e vi edificò una nuova chiesa sopra l'antica con lo stemma dell'arciospedale sulla porta della chiesa con la croce potenziata, e con finestre laterali munite di cancelli in pietra con fogliame a traforo. L'antica chiesa venne adibita a sacrestia e la sua porta principale divenne la porta della sacrestia.
 
Nelle riparazioni fatte dopo il 1870 alla chiesa, perché minacciava ruina, le finestre laterali furono tolte e i cancelli in pietra traforati a fogliame furono depositati nell'angolo orientale della spaziosa area quadrata (cortile) che era cinta di mura. Ora chiesa e cortile sono un mucchio di pietre. Nel centro del cortile esiste un masso quadrato ricoperto quasi tutto di macerie, con una iscrizione onoraria all'eccelso personaggio Leone, scolpita in un lato del blocco. Ecco perché il casale fu appellato Leone.
L'iscrìzione ' del secondo secolo dell'era eristiana, rosa dal tempo e logora per l'attrito, fu letta da Giancamillo Rossi, da Giuseppe Melchiorri, da Teodoro Mommsen e da Raffaele Garrucci. Tutti convengono nel leggere la prima parola Leoni; il solo Garrucci lesse Labeoni.
Ecco l'ìscrizione:
 

LEONI.VIRO.LAVDABILI.PRAESTANTISSI
MO.ET.DEFENSORI.OB.MERITA.QAE 
AB.INEVNTE.AETATE.SVA.CIVIBVS 
VEL.ADVENIENTIBVS.EXHIBERE
CONSVEVIT.HVIC.PRO.COMPENSANDA
EIVS.ANECTIONE.ISTA(M).STATVAM
MARMOREAM.(A)ERE.CONLATO.VNIVERSI
CIVES.POSVERVNT.

La statua marmorea non si è potuta rinvenire.

Tratto dal libro "Pescina nella storia e nella leggenda"
Studio bibliografico Adelmo Polla
 

 
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