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Il Giovenco, un piccolo fiume nella storia dei Marsi
Testi di Alvaro Iacone
Molti anni fa un grandissimo lago che noi chiamiamo ”Fucino” si svegliò dal suo letargo la sua origine vulcanica si ribellò contro le acque e una serie infinita di esplosioni accompagnate da violenti movimenti tellurico cambiò la fisionomia dell’intera zona. Le acque continuamente spinte dalle violente esplosioni seppellì)no e trascinano verso il lago una enorme quantità di detriti, una delle montagne che circondavano il lago :ne travolta dalla forza del vulcano e una enorme massa di acque trova sfogo verso i piani Patentini lungo valle del Liri e verso il Cicolano. In questo frangente il piccolo monte Salviano perde contatto con il gigante ”monte Velino”. 
 
Per un lungo periodo i vapori creano una fitta nebbia che il sole riesce a risplendere dopo diverso tempo. I pochi sopravvissuti alla terribile catastrofe dall’alto di Monte Parasano nascosti in rifugi di fortuna insieme al loro bestiame prigionieri del destino terrorizzati dalla paura confondevano il pianto con la rabbia. Il belare delle greggi che rimetteva al cielo il loro pianto aumentava il dolore dei sopravvissuti. Gli eventi per la loro inaudita violenza avevano modificato l’intero territorio tanto che le acque l lago si erano ritirate al centro della conca creando un lago molto più piccolo e poco profondo. Per diverso tempo i sopravvissuti considerarono quelle acque un loro nemico, evitando di avvicinarsi alle stesse. 
 
I pochi sopravvissuti lungo la valle del fiume Giovenco, grazie alle sue acque trovano il modo di iniziare una nuova esistenza. Dopo alcune generazioni, giorno dopo giorno, passo dopo passo alcuni audaci tornano a convivere con la nuova realtà segnando il corso del fiume. Il destino aveva riservato agli uomini di quell’epoca che cercavano di convivere con il piccolo lago spiacevoli sorprese. La triste storia del lago di fuoco in in tempi lontani ha sempre distrutto tutto quello che nasceva sulle sue rive la forza del fuoco il lago la teneva .scosta sotto le sue acque. Dopo la scomparsa di ”Marruvium” i pochi superstiti dall’enorme catastrofe dopo qualche tempo tornarono sul luogo dove sorgeva la loro città. 
 
Ma le acque del lago l’avevano invasa e strutta. Pensando che il tuffo era avvenuto per castigo del cielo in preda a forte tensione gli stessi si allontanarono terrorizzati dal loro territorio la disperazione spinse questi uomini verso monte Parasano alla ricerca di un rifugio. Essi sapevano che un piccolo gruppo di montanari bivaccava stabilmente in quella montagna. La loro ospitalità era nota in tutta la zona e gli stessi furono accolti con il dovuto rispetto e furono chiamati ”uomini di pianeccia” (uomini venuti dalla pianura). Le due realtà unirono le loro forze e lungo il corso del fiume Giovenco per volere di Marruvium nascono gli insediamenti di Plestinia, Fresilia, Milionia. 
 
Diversi anni dopo per un miscuglio di considerazioni le comunità decisero di chiamarsi popolo dei Marsi invitando le altre popolazioni che vivevano intorno al lago ad unirsi al popolo dei marsicani di Plestinia. In breve tempo i marsicani imposero il loro dominio su tutte le zone che in passato erano appartenute ai Marruvium creando nella città di Plestinia, oggi Pescina, il primo governo dei Marsi. Il governo dei Marsi per evitare qualsiasi pericolo riesce a creare un grande esercito di valorosi guerrieri capaci di attaccare e difendere il proprio territorio da qualsiasi aggressione. In questo periodo alcuni abitanti di Plestinia costruirono un piccolo insediamento nel versante opposto alla loro città per meglio sfruttare le acque del fiume Giovenco. Lungo il suo corso nelle zone più ghiaiose costruirono una fitta rete di piccoli sbarramenti capaci di intrappolare una enorme quantità di pesci che risaliva il suo corso provenienti dallo stesso lago. 
 
Questi audaci pescatori per dare un significato al loro lavoro scelsero un nome a loro vicino e vollero chiamarsi pescinesi. I marsicani di Plestinia per merito di questi audaci pescatori potevano godersi i frutti del piccolo fiume Giovenco. Intorno all’anno 400 a.c. i marsicani raggiungono il loro massimo splendore bonificando parte del loro territorio; ma una realtà sconvolgente minaccia la loro autonomia. Il governo di Roma senza il permesso dei Marsi autorizza la costruzione di alcune colonie nel territorio Marso. L’evento diventa una sfida: Roma considera la zona dei Marsi una sua colonia e ordina ai suoi ambasciatori di riferire ai Marsi che ogni atto ostile contro Roma sarebbe stato punito con il sangue. 
 
La minaccia romana non spaventa il popolo Marso, ed essi non rispettano più i vincoli di buon vicinato, parlano di tradimento e combattono tutte le truppe romane presenti nel loro territorio, si rifiutano di fornire vettovaglie alle colonie e nel timore di essere aggrediti si preparano a difendere il loro territorio. In tutti gli insediamenti sotto il controllo dei Marsi viene decretato lo stato di allerta, i confini vengono presidiati da guerrieri capaci di segnalare in tempo utile qualsiasi movimento di truppe nemiche: e per meglio consolidare il dominio delle zone sotto il loro controllo creano una fitta rete di osservatori. Tutte le valle anche le più lontane dal lago vengono pattugliate giorno e notte, le comunità più vicine ai luoghi sottoposti a sorveglianza hanno il compito di vigilare e attaccare chiunque tenta di calpestare la terra marsa, anche se le intenzioni erano di origine pacifica. 
 
I Marsi in diverse occasioni misero a dura prova l’orgoglio romano e in diverse battaglie alcune legioni romane furono costrette a ritirarsi disordinatamente dinanzi al furore dei guerrieri Marsi: tanto da costringere il senato della repubblica romana a muovere guerra contro i Marsi. Un potente esercito al comando di Massimo Valerio risalendo la penisola italica conquistò e distrusse tutti gli insediamenti sotto il controllo dei Marsi. Ma gli stessi anche se sconfitti non furono vinti, costringendo i vincitori a un nuovo patto. Il popolo Marso non veniva dichiarato schiavo di Roma. 
 
I reduci di questa terribile sconfitta si dispersero nelle montagne circostanti e non furono più in grado di riorganizzarsi. Le legioni romane prima di abbandonare la zona imposero le loro condizioni: per la piccola comunità pescinese gli ordini da rispettare erano quelli del vincitore. Il piccolo insediamento di pescatori che durante la guerra si era tenuto fuori dalla lotta fu chiamato ad assumersi la responsabilità di interlocutore verso i vincitori; tutti gli incontri per decidere il futuro del popolo marso e la fine di ogni ostilità contro Roma si svolsero nel campo militare romano chiamato ”Campo reale”. Pescina diventa padrona del più grande territorio fertile della zona con tutti gli obblighi di gestione. 
 
Pescina veniva ritenuta responsabile di eventuali atti ostili contro Roma, la stessa veniva condannata a pagare il danno subito dalle legioni. Dinanzi a tale richiesta il popolo Marso mise a disposizione di Pescina il proprio patrimonio e in pochi giorni una enorme mandria di ovini venne consegnata alle truppe di occupazione. Questa transazione chiude un periodo storico molto controverso. Il nuovo insediamento chiamato Pescina mette m cantiere tutte le sue forze: donne vecchi e bambini lavorando giorno e notte strappano alla terra il necessario per i loro bisogni. Le donne pescinesi continuamente impegnate lungo il fiume spidocchiano gli indumenti dei loro familiari la donna, figura fondamentale nelle attività domestiche del popolo Marso aveva il compito di salvaguardare, curare e proteggere la salute della propria casa facendo provviste di ogni genere. 
 
Tutte le piante medicamentose conosciute nella zona venivano raccolte e stipate in particolari contenitori, radici cortecce, foglie, fiori, in sintesi possiamo definire le donne pescinesi uno stregone in casa capace di assumersi le dovute responsabilità. Consigliera del proprio compagno nei momenti più difficili era capace di dare serenità al suo uomo, cercava sempre di frenare le decisioni senza regole, ricordando al compagno che l’aratro era più utile della spada. Il famoso detto” il padrone sono io ma chi comanda è mia moglie” in tempi lontani veniva attribuito agli uomini di Pescina che non prendevano decisioni senza il consenso della moglie. Nell’anno 41d.c. i romani iniziarono i lavori di preparazione per prosciugare il lago Fucino. In un clima di grande euforia per le popolazioni Marse, tutti volevano liberarsi di quelle scomode acque, le nuove terre secondo le previsioni dovevano diventare un grande granaio; l’impero romano nei suoi calcoli aveva valutato la breve distanza di approvvigionamento per la città di Roma. 
 
Il fiume Giovenco unico corso d’acqua vero affluente del lago veniva spesso controllato dai responsabili dei lavori per valutarne la portata di acqua nei diversi periodi dell’anno. Alcuni di questi uomini incaricati dalla nobiltà romana di scoprire i luoghi più belli per il loro passatempo scelsero la zona dei salici trasformando tutti i piccoli sentieri in vere strade carrozzabili. I potenti ricconi fecero costruire una serie di ville intorno a ”Campo Reale” e ordinarono di scrivere in ogni portale la sigla SPQR la scritta aveva il significato di ricordare a chi attraversava quei luoghi di trovarsi in casa di un potente romano. Ricordi di storie tristi che il tempo aveva quasi cancellato. Duecento anni dopo il prosciugamento del lago alcuni uomini provenienti da terre lontane si fermarono intorno a Pescina paese abitato da persone di indole pacifica sempre pronte al dialogo con le altre di Comunità. 
 
Il lavoro di questi uomini grazie alla generosità del terreno diventa molto importante per l’intera valle e un fiorente mercato nasce sulle rive del fiume Giovenco. Artigiani ferraioli incrementano la produzione dei famosi chiodi forgiati comunemente chiamate ”poste”, altri artigiani iniziano la produzione in ferro di oggetti utili a proteggere i piedi degli animali; altri producono corde, masti, selle, bigonci, cinghie, aratri, zappe. Dinanzi a questi cambiamenti i contadini di Pescina chiesero con insistenza ai loro ospiti di produrre una protezione in ferro per i loro aratri e da questa comunità nacque il famoso ”vomere in ferro” capace di evitare all’aratro danni nel contatto con le pietre. Tutte le botteghe artigianali di Pescina impegnate per la produzione di oggetti casalinghi creano una serie di utensili utili agli usi domestici. Gli acquirenti potevano trovare in questo mercato novità e scoperte a loro sconosciute tanto e vero che questo commercio qualcuno lo chiamava ”rete dei pescinesi”. 
 
Negli anni grazie alle risorse economiche accumulate nelle attività commerciali, Pescina, decide di sfruttare le acque del fiume. Le piccole cascate vicino al paese vengono utilizzate come forza naturale capace di muovere le macine dei primi mulini costruiti nella zona. Viene costruita una fitta rete di piccoli canali chiamati ”forme” capaci di portare le acque del fiume in zone agricole molto lontane, dando la possibilità ai contadini di irrigare i loro prodotti. Pescina con il suo fare era diventata molto importante, la sua indole pacifica aveva generato un rapporto di fiducia con la potente Roma. Dopo diversi anni le limpide acque del fiume Giovenco erano riuscite a spegnere il fuoco dell’odio che i due popoli avevano nutrito nel loro animo. In questo contesto viene fondata la prima università della zona, Pescina aveva scelto di combattere la sua vera battaglia, anche se non aveva legato la propria esistenza al carattere ribelle dei Marsi, era riuscita a tenere alto il proprio nome impegnando una parte delle sue risorse per combattere l’analfabetismo.
 
I romani attenti osservatori misero a disposizione della locale comune Università pescinese diversi insegnanti di latino, la spaventosa confusione dialettale doveva scomparire. Gli illustri maestri della funzionante comune università pescinese idearono un piano che rispecchiava la composizione del territorio indicando nelle mappe i confini da rispettare; per facilitarne il riconoscimento il territorio paludoso a ridosso dei Maiuri lo chiamarono ”pantano” e il fosso che scendeva a valle verso il Fucino lo indicarono come fosso pantano, lo stesso stabiliva i confini tra Pescina e Collarmele lungo la valle del Giovenco le mappe indicarono un segreto, in una piccola insenatura la terra presentava svariati colori tanto da suggerire ad esperti ricercatori il nome da dare a quella zona: il nome ”terra rossa” stabiliva i confini con Ortona dei Marsi. Tutte le montagne intorno a Parasano furono dichiarate zona pescinese; l’importante lavoro di ricomposizione del territorio che l’università pescinese aveva iniziato da qualche anno cominciava a dare i suoi frutti. 
 
Tutto il territorio dal Fucino alle montagne viene classificato secondo le comodità d’uso le contrade di montagna vengono indicate ad uso pascolo, le zone boscose, prezioso patrimonio della comune vengono protette da vincoli da rispettare: regolando il prelievo di legna da ardere che veniva stabilito secondo le esigenze stagionali. Il territorio di collina da bonificare viene assegnato secondo la forza lavoro di ogni famiglia e viene assegnato a richiesta degli interessati. Il territorio pianeggiante viene riservato agli illustri ricconi romani. La zona dei salici per lo splendore delle meravigliose ville prende il nome più appropriato alle sue bellezze; la Comune decide di chiamare quella zona ”Villa D’oro”. 
 
Il territorio più a valle ricco di verdi prati diventa un centro di villeggiatura romano. L’esperienza degli illustri studiosi nel difficile compito di rinnovamento diede a Pescina un ruolo di grandissimo valore sociale, tanto da essere chiamata città della fortuna e del sapere. Espressione di pacifiche convivenze sapeva amministrare le sue cose il fiorente mercato aveva dato i suoi frutti e nelle tasche di tanti pescinesi circolava moneta romana. Nel mio pensare sono convinto che la grande storia della piccola comunità pescinese, nasce dal comportamento civile e di buon vicinato con tutte le altre realtà della zona. credo che la nobiltà romana scegliendo la zona a Nord del Fucino per costruire le sue ville aveva valutato il comportamento di questa piccola comunità chiamata Piscina dando alla stessa la possibilità di vivere nel progresso e nell’amicizia con la potenza romana. 
 
Tutti gli atti della comune il suo banditore che al suono del corno invitava tutti all’ascolto diventavano regole del sapere. Possiamo definire questo informatore il giornale dell’epoca. Se alcune considerazioni possono apparire immaginarie le vere storie delle popolazioni della valle del Giovenco di una lontana epoca le ha cancellate il vento. Si racconta che un contadino Marso, povero senza terra fu colto da un’idea geniale. Chiamà al capezzale i suoi figli e disse: ”siete ricchi perché la terra del Fucino vi appartiene di diritto”. Dopo la caduta dell’impero romano l’emissario del lago per mancanza di manutenzione si ostruisce e le acque non trovano più sfogo nei cunicoli sotterranei scavati dai romani. In pochi anni la terra del Fucino viene ricoperta dalle acque.
 
In questo frangente una serie infinita di grandi nubifragi riversa nello stesso Fucino una massa enorme di acqua proveniente da tutte le valli, centinaia di piccoli torrenti diventano fiumi creando un lago più grande di quello prosciugato. La forza delle acque del fiume giovenco distrugge tutti i mulini lungo il suo corso, le famose ”forme” che i contadini usavano per irrigare i loro campi scompaiono, il fiume abbandona il suo naturale percorso e tutte le ville romane nelle zone di ”ville d’oro” ”campo reale” e altre vengono seppellite dalle sue acque. Il fiume abbandonando il suo percorso aveva creato enormi problemi ai pescinesi e per diversi anni gli stessi furono costretti a lavorare i terreni di montagna..
 
 
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