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Due partigiani uccisi al Cimitero
Testi di Don Luigi Tarola  maggiori info autore
II 14 febbraio 1944 ero sostituto parroco al posto di D. Nazareno Baroni, che aiutai a sfuggire alla cattura dei tedeschi, poiché tra le fila dei partigiani locali s’erano infiltrate due spie provenienti da Roma. Una di esse, anzi, fu fatta fuori in contrade « Marinacci » da due giovani di Pescina, anch’essi partigiani, dei quali non posso rivelare i nomi perché legato de segreto sacerdotale. (Di Lucia e Taddei n.d.r.). ll mio contributo contro I’invasore tedesco veniva dato in prima persona. Anche precedentemente aveva capeggiato un comitato cittadino, abbinato all’ECA, per sfamare centinaia e centinaia di sfollati scesi a Pescina (Aq), per lo più, da Barrea, Villetta Barrea, Alfedena, Scontrone, Opi e dintorni. Ero predisposto alla lotta essendo orfana della guerra 1915 - 1918, nella quale perdetti il padre, morto a seguita di dura prigionia. La prova saliente tutta via I’ebbi alcuni mesi dopo. 
 
Era il primo venerdì del mese: 2 giugno 1944. I tedeschi avevano i giorni contati, come ’ avevo appreso confidenzialmente dalla viva voce di due sacerdoti cattolici tedeschi, che avevano chiesta di poter celebrare la S. Messa nella parrocchia di S. Maria! delle Grazie, da me presieduta. Verso le 17 del 2 giugno 1944 un giovane di Pescine venne ad avvertirmi, dietro incarico del comanda tedesco, insediata nel Municipio, che avevo brevissimo tempo a disposizione, nell’ ordine di minuti, per amministrare i sacramenti a Cianciusi Luigi e Ruggeri Luigi, ambedue pescinesi, che abitavano nel rione del Castello », presso la chiesa di S. Berardo.
 
I due avevano tentato, armi alla mano, di impedire alla furia devastatrice nazi-fascista lo smantellamento della centrale elettrica locale. Mi fu riferito che essi, in un primo momento, erano riusciti a fermare i tedeschi. Solo dopo, questi, accortisi di trovarsi di fronte a due partigiani isolati, presero il sopravvento facendoli prigionieri lungo la provinciale tra Pescina e Ortona dei Marsi (Aq), nei pressi della succitata centrale elettrica. I tedeschi tennero i due, Cianciusi e Ruggeri, presso il Comune di Pescina per diverse ore. Volevano fucilarli nella antistante piazze Mazzarino, ma, temendo la reazione popolare, li trasferirono al cimitero, sito in località « Busseto » a circa Km. 1,500 da Pescina. Avevano fatta scavare la fossa ai due, sammariamente condannati a morte. 
 
Mi precipita!i alla Chiesa parrocchiale, presi I’occorrente per I’amministrazione dei sacramenti e mi diressi verso il cimitero. Al bivio tra la nazionale Tiburtina-Valeria e la provinciale, che conduce a S. Benedetto dei Marsi, i tedeschi avevano posta une mitragliatrice, impedendo cosi I’accesso a qualsiasi persona. Fecero passare solo me e il giovane che era venuto a chiamarmi. Altre mitragliatrici le avevano poste nella nazionale, che da Venere dei Marsi conduce a Pescina e nella località di « Castelrotto » a nord’ del cimitero Cianciusi Luigi e Ruggeri Luigi ebbero un istante di speranze quando mi videro e quando soprattutto, parlando con un maggiore italiano li presente, tentai di salvarli consigliando il loro trasferimento alle carceri dell’Aquila, dove tanti prigionieri ebbero salva la vita a seguito della fuga improvvisa dei tedeschi in ritirata.
 
Ma i tedeschi, ai quali il maggiore riferì la cosa, furono inflessibili. Allora feci il mio dovere di sacerdote. I due ricevettero i sacramenti con molta serenità, perdonarono pubblicamente agli uccisori. Il plotone tedesco li passò per le armi. I due caddero coraggiosamente. Assistetti al colpo di grazia. Amministrai, subito dopo, I’unzione dei malati (estrema unzione), Morirono da cristiani e da eroi per il bene di tutti. I pescinesi compresero la purezza di quel sacrificio aiutando con oboli spontanei le famiglie straziate dal dolore e sfidando le ire degli oppressori e dei loro fiancheggiatori, che si guardarono bene dall’impedire la solidarietà a favore delle famiglie dei caduti per la patria. Cianciusi Luigi era celibe e lasciava gli anziani genitori. Ruggeri Luigi invece lasciava la maglie coni quattro figli a carico.
 
Dopo tanti anni ho nella memoria la tragedia delle due famiglie, assurta a tragedia popolare. Sento ancor aggi lo strepito provocato dai moschetti. Esso rimase per me un rombo secco, cavernoso, profondo, interiorizzato, simile ai colpi di un piccone di un minatore in fondo a una miniera. 
Quel rombo si inchiodò nella mia memoria a somiglianza di un coperchio di bara. Era I’ora del tramonto di quell’afoso Giugno dal cimitero andai direttamente a far visita alle famiglie affrante dal dolore per la perdita delle due giovani vite. Invano, durante la notte, premevo i pugni sugli orecchi e tenevo gli occhi chiusi per isolarmi. Invano ancor oggi cerco di soffocare il pianto interiore. Quel rombo lo senta come veniente da remota lontananza. E’ tenace nella memoria al punto che ogni volta, quando il cuore si agita e batte forte, distintamente lo riascolto. 
 
E’ il cuore orfano del padre (guerra 1915-1918) che non ha conosciuto per colpa dei tedeschi; e lo stesso cuore ancora di nuovo orfano perché, ha vissuto Ia tragedia degli amici di Pescina, Cianciusi e Ruggeri, stroncati dalla ferocia nazi-fascista.
 
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