Comune di Pescina

"passo di tango" un racconto di Orazio Mascioli

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Inviato da staff 26 Ott 2007 - 13:14

tango1_01Sabato 10 novembre presso il Teatro San Francesco alle ore 17.00 verrà presentato il nuovo Libro dello scrittore pescinese Orazio Mascioli. Alla presentazione interverranno Enzo D'Alanno, Romolo Liberale, saranno inoltre presenti Gianni Iacobacci che leggerà alcuni brani del romanzo ed i maestri di ballo Luca Villanucci e Michela Salatino. "Orazio Mascioli - scrive R. Liberale - ha dato ancora un saggio convincente di come, saldando l'immaginazione alla realtà, si può offire al lettore il godimento di una lettura che ci dice come e qualmente, in un mondo che va verso la rovina, può bastare la danza di un tango che accompagna un sogno d'amore a salvare il meglio dell'umanità".



Coreografie
Scuola di Ballo Villanucci
Maestri Luca Villanucci e Michela Salatino

Scenografia
Eliseo Parisse

Voce recitante
Gianni Iacobacci

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La critica
UN AMORE DISPERATO AL TEMPO DELLA TRAGEDIA

Come nella pittura vi è un momento in cui viene superata l'accademia che ha sempre suggerito e consolidato stilemi espressivi che hanno modellato il gusto fruitivo delle generazioni, così nella scrittura, in particolare quella narrativa, i ritmi di un tempo vengono superati sia sotto gli stimoli della mutata realtà, sia come gesto comunicativo che accoglie, elabora, definisce la lingua parlata per farla approdare a lingua scritta.
Orazio Mascioli (ignoro quali segrete conoscenze hanno agitato il suo racconto) parte da disperate lettere d'amore senza risposta, per scandire (toc, tic, tac...) sulla tavolozza di quest'affresco narrativo, delle incursioni nella storia, nel clima sociale e politico, nei pensieri degli uomini, nelle dignità testimoniate, nelle arroganze consumate, nelle viltà che è giusto lasciare alla contorta coscienza di chi le ha concepite.
Fermo sull'ultima pagina e sugli ultimi tocchi di quest'affresco, mi è venuta voglia di esclamare: "Ahi, ahi! Ci risiamo...". Sì, ci risiamo, perché qui si parla d'amore; e, come avviene dal giorno della mela nel paradiso negato a chi aveva osato amare, parlar d'amore è parlar d'amaro.
E il tema, antico come il primo respiro dell'uomo, è riproposto da Orazio Mascioli con questo suo Passo di tango che ho seguito come colonna sonora di una vicenda d'amore che naviga nei grovigli della storia. Anche Orazio lo ha ripetuto per dire gli ardenti sospiri del giovane Vanni e la glaciale freddezza del cuore di Agnese. È vero: avviene talvolta che ai "sospiri ardenti" segue l'incontro che ha il sapore del "dulcis in fundo".
E quelle date, scandite ossessivamente, appaiono come dolenti note musicali per animare vorticosi giri di tango.
Un tango che, rapportato alla storia, è come l'annuncio di una marcia funebre. Sono gli anni della grande crisi: inverno 1929. 25 gennaio 1930. 22 maggio 1930. 24 ottobre 1930. 1 novembre 1930. 3 novembre 1930...Sono date di un tempo dentro il quale è impresa folle cercare eleganza e grazia. È, invece, il tempo folle delle negazioni sopportate dai più con maledetta rassegnazione e da pochi con sentimenti di dignità, di disagio e di ribrezzo. Orazio ce lo ricorda. E lo fa con accorte pennellate quasi a voler introdurre il lettore in una storia più grande di quella vissuta da un amante non amato la cui dannazione sta in una donna il cui comportamento non si sa bene se sia proprio da "cuore di ghiaccio" o da femmina astuta che lo spasimante continua ostinatamente a portare nel pensiero come figura limpida, pura, adorabile, appena incoraggiato da quell'avaro scrivere il suo nome con il "lapis color del cielo".
Ci sono ancora quelli che ricordano il terribile inverno 1929-30 come una sorta di flagello universale, non voluto da un dio impietoso e vendicativo per la malvagità degli uomini, ma figliato in parte da una crisi prodotta da fameliche accumulazioni senza sbocchi e dall'altra da uno spietato scatenamento della natura a cui nessuna provvidenza aveva pensato di porre rimedio.
Tutto ciò non sfiora affatto il pensiero del povero Vanni e della ritrosa Agnese: sono cose distanti dai loro rovelli. I quali - voglio dire i rovelli amorosi - sono per loro, o almeno per Vanni, le cose più importanti del mondo.
In cima ai pensieri del "cavaliere" con le mostrine c'era l'assillo di un'attesa: "Ma tu, Agnese mia, almeno dammi a sperare". E in un mondo di travagli, la speranza diveniva disperazione. E giù, missive che appesantivano sempre di più il capace borsone del povero postino. E implorazioni, lacrime e quel ripetuto 2-1-3-9 - magico e misterioso sigillo di ardori non corrisposti - assumeva sempre più il sapore di una cabala impietosa. E poi? E poi... Anche i postini conoscono la stanchezza quando sono ridotti a trascinare un borsone ricolmo di afflizioni le quali bastano da sole a rendere sempre più pesante il fardello. E a stordirlo ancora di più dopo tanta fatica, quelle "trombe gracchianti" piazzate a "ogni angolo di piazza" attraverso le quali l'isteria patriottarda e la "musica negroide" danno alle poche intelligenze in giro la dimensione di un'imbecillità trionfante. E svincolati un momento dal frastuono, la domanda e la risposta: "Dotto', la faccio partire?". "Credo proprio di sì, è troppo ordinaria". E la missiva sospettata finalmente spicca il volo. Ma occorre vigilare perché, come per le "cellule" di Germanetto che un ispettore cercava nel doppio fondo di una valigia, l'insidia per la sicurezza dello Stato può nascondersi anche nell'innocenza di una busta messaggera d'amore. "Sapete, dotto', dopo i fatti dell'anno passato...". Già, i fatti dell'anno passato! Quelli che hanno rivelato alle coscienze pulite quale tragedia può derivare dall'assommarsi di stupidità e criminalità fattesi potere. E chi ne andò di mezzo fu quel "giovinastro scapestrato" accusato di voler uccidere quel re da "mezzosoldo" al cospetto del quale il "Travicello" del Giusti ci fa la figura da gigante.
E cresce, nel cassetto segreto dell'Agnese, "bella come Dea", la voluminosa testimonianza, scritta di proprio pugno, da colui "che l'ama e sempre l'amerà". E cresce, nel contempo, il ridicolo di quello "sguardo e mascelle rivolte al futuro" che, come tutti sanno, fu un futuro di sangue, di morte e di vergogna.
Tutto ciò passa a lato dell'innamorato e della ritrosa. Per loro l'importante sta nella schermaglia di sentimenti contrapposti; e la storia vada per le vie delle sue sciagure ridicolmente ornate da quel "nobile discorso commemorativo" delle glorie di un destino ricco di ignominie e di tragedia. E mentre quel "giovane scapestrato" muore lontano lasciando al suo paese un'alta testimonianza di dignità, c'è chi nel suo stesso paese inneggia ai "fasti dell'impero" senza accorgersi del baratro in cui il Paese, quello di tutti, sta per precipitare.
Ho captato all'inizio di questo racconto un ritmo narrativo di senso impressionistico.  Ho sentito anche, in queste pagine, un certo soffio rapsodico nel corso del quale fatti e pensieri della quotidianità entrano ed escono dal tempo che si fa storia. E va detto che nei meandri della grande storia nella quale si insinua la storia piccola di un amore non corrisposto, va sempre colto qualche dato di nobiltà che deve sempre guidare un sentimento di rispetto per chi quella piccola storia vive e soffre. È il caso di dire, parafrasando, che mentre l'immenso Pablo ci ha lasciato quel monumento di poesia chiamato "Venti poesie d'amore e una canzone disperata", queste pagine potevano chiamarsi "Tante lettere disperate per una storia d'amore". Ogni lettore se lo aggiusti secondo la propria indole e sensibilità. Rimane il fatto che Orazio Mascioli ha dato ancora un saggio convincente di come, saldando l'immaginazione alla realtà, si può offrire al lettore il godimento di una lettura che ci dice come e qualmente, in un mondo che va verso la rovina, può bastare la danza di un tango che accompagna un sogno d'amore a salvare il meglio dell'umanità.
                                                                                      Romolo Liberale

 


Una rivoluzione di genere piuttosto che di classe

Lavoro diverso, rispetto a quelli ai quali ci aveva abituato, questo Passo di tango di Orazio Mascioli.
Diverso per trama narrativa e per contenuti tematici.
Diverso per l'atmosfera che si respira e per le emozioni che suscita.
Il personale e il sociale, il pubblico e il privato si rincorrono in un intreccio di situazioni coinvolgenti.
Per la prima volta il narratore s'inserisce all'interno della trama con l'esplicita intenzione di scrivere una storia così come si vorrebbe che questa fosse, quasi a suggellare un rincorrersi tra l'io narrante e la storia narrata. L'originale costruzione poetica evidenzia in tutta chiarezza che l'apparente scissione tra l'osservante e gli osservati, tra il pensiero e il pensato si ricompone nell'atto dello scrivere in una superiore unità all'interno della quale traspare evidente la voglia di comunicare, forse, quello che nella mente dell'autore è "il più abissale dei pensieri": la disillusione.
A me pare che, nel contesto del narrato, traspaia evidente la crisi dei personaggi rappresentati e soprattutto la crisi dei valori tradizionali che si riflette nella mancanza di prospettiva dovuta ormai all'incapacità della memoria di trasformarsi in memoria collettiva. È la vittoria del "pensiero debole" contro le grandi costruzioni metafisiche e le grandi utopie palingenetiche.
Il mondo costruito dagli uomini e per gli uomini sembra essere al tramonto.

Le figure femminili descritte - anche se in controluce - sembrano assumere contorni che via via si rendono sempre più nitidi e che lasciano intravedere una fioca luce di speranza. Forse a loro Orazio lascia il testimone: al cambiamento dettato dalla rivoluzione di genere piuttosto che di classe, pur continuando a coltivare "passioni solo mie" senza essere "muto connivente" e senza mai prendere "lezioni da nessuno". 

Enzo D'Alanno

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Pagine estratte dal racconto

Ho scritto un biglietto d'amore.
Ho truccato le carte.
Ho imbrogliato la storia.
Ma chi sono io
per imbrogliare la storia?
Ho solo scritto un biglietto d'amore.
Un biglietto d'amore,
in mezzo a carte già scritte,
non imbroglia una storia.
È solo un biglietto d'amore.
Che strano quel profumo di viole...

Agnese, donna fatale del 1929 che ti affacci dal bordo di una cartolina!
Appare il tuo viso e scompare l'odore di vecchio dalla carta ingiallita.
Tutto, intorno a me, traspira di una strana aria di plagio, di seduzione. È come trovarsi in un tango sudato, un tango inventato da gente qualunque e suonato per gente qualunque.
Un ballerino avanza e l'altro si fa indietro. C'è sempre qualcuno che conduce e qualcun altro che finisce per lasciarsi condurre.
Alla maniera di uno scontato bordello nascosto oltre i soliti binari di una consueta stazione ferroviaria, tutti sfacciatamente alla pari in questo strambo ballo.
E lasciamoci guidare, dall'eccitazione fino all'ebbrezza.
Un giro dopo l'altro, guardandoci negli occhi, facciamo sfoggio di malinconia e fatalismo, di dominazione e persino d'inganno. Passioni buone a stimolare i bassi istinti, per poi lasciarli ingannati soltanto con un vago senso d'appagamento, giusto quel che basta.
E il grammofono, indecente, riprende a gracchiare una storia di disillusione, di tradimento cocente.
Basta scambiarsi uno sguardo per carpirne le ombre, i segreti e i misteri.

E io, incapace persino all'accenno di un sol passo di tango, mi chiedo che cosa ci faccio nel bel mezzo di una compagnia di simili guitti.
Che cosa ci faccio?
Dovrei tornare a scrivere ad Agnese.
Dovrei essere sincero. Dovrei confessarle che lei non passerà mai alla storia come l'eroina di questo stupido romanzo d'appendice.

Questa caccia ossessiva, questa ansia di dominio, non li riconosci, Agnese? Sono prove generali, sono segnali di regime.
Torna a ballare il tango con l'uomo che ti ama, il tango più stretto, quello dove l'abbraccio si sente più forte. Dove la messinscena confezionata ad arte non trova spazio e dove l'emozione è solo vostra, unica e irripetibile.
Non lasciare così, per indolenza, che siano altri a stabilire i giri, i passi, i luoghi di questo tango. Abbracciatevi forte, guancia a guancia, poi guardatevi negli occhi e confessate la scintilla della vostra passione.
E ballatelo da soli questo pensiero triste, è il vostro tango.
Sotto un porticato o in un androne, fino a consumarvi le scarpe, magari a piedi nudi, ma al riparo da ogni messinscena, è solo il vostro tango.

Il vento freddo del ventinove mi ha lasciato e provo ad uscire di casa. A fare una passeggiata tra gente di oggi.
Passo davanti al negozio di Pollio.
Agnese non c'è.
Là di fronte, a capo di tre scalini di tempo smarrito, una piccola folla d'uomini e donne con testa e pensieri lontani. Lontani da me, lontani da tutti.
Gli uomini fumano e aspettano che passi il caporale, per accompagnarli al lavoro nei campi. Le donne indossano il velo bianco portato da casa e il camice blu prestato dal nuovo impresario d'ortaggi. Quel velo lo dicono islamico, è un comunissimo velo, ma lo dicono islamico. Per me è un banale foulard, mi concedo persino il vezzo di definirlo in francese e, per un attimo solo, vagheggio di sentirmi più libero.
Belle, con larghi occhi neri come quelli d'Agnese. Non li vedi, però, quegli occhi, li immagini. Guardano in basso.
Saranno contente di portare quel velo? Sicuramente ne saranno orgogliose. Le fa tanto diverse. Diverse da noi.
Bisognerebbe chiedere loro qualcosa al riguardo, ma a nessuno, ormai, preme chiedere nulla.
Portano il velo, punto e basta.
Anche Agnese punto e basta.
Il negozio di Pollio vende tutto a mille lire. Illusioni e speranze.
La memoria non più. Non si trova a mille lire. È andata persa, smarrita. 
Spetta a te scovarla, cercarla tra mura scrostate e carte appassite.
Ti passa sotto gli occhi in ogni cosa che fai.
La memoria è il presente.
Credi un ricordo, ma è un attimo quello che vivi giorno per giorno.

E più in là, sotto casa d'Agnese, i carpentieri hanno tolto il ponteggio. Hanno rimesso tutto a posto. Travi rinforzate, tavole immacolate e prive di muffa. Tutto impermeabilizzato e rimesso a nuovo, come una coscienza pulita. Inattaccabile.
Anch'io dovrei rimettere a posto qualcosa. Dovrei rimettere a posto le lettere spuntate dal vecchio soffitto, cadute da una tavola mal incrociata e giunte fino a me col vento del ventinove.

Ma il vento mi ha chiesto di leggerle.
E io mi son detto di farne una storia.
Una stupida storia.
Buona per un'anticamera da barbiere, forse nemmeno per quello.
Nemmeno per un pettegolezzo.
Una storia lenta a capirsi, insulsa.
Insignificante.

Una storia malfatta. Metto il punto e mi fermo.

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>>  Approfondimenti sull'AUTORE [1]
 
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passoditango13



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